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la pace e' possibile
novembre 2002

Come appare dal documento che segue, il “Gruppo Martin Buber” sostiene, alle prossime elezioni in Israele, le forze che sono oggi all’opposizione del governo Sharon e che lottano per la pace e il dialogo.

 

La pace è possibile

Il "Gruppo Martin Buber - ebrei per la pace" ritiene che sia un compito irrinunciabile per gli ebrei della Diaspora dare un sostegno alle forze che si battono per la pace in Medio Oriente e facilitare la comprensione e il dialogo fra le società civili israeliana e palestinese.

La natura stessa del conflitto, quello fra due popoli che devono convivere sulla stessa terra, comporta che i protagonisti di una giusta soluzione debbano essere in primo luogo i protagonisti del conflitto stesso, israeliani e palestinesi. Nessuna soluzione imposta dall'esterno potrà realizzare una pace completa e duratura; nessuna soluzione tuttavia potrà essere raggiunta senza un'equilibrata opera di mediazione e il sostegno deciso della Comunità Internazionale. Essenziale a questo fine un maggiore impegno dell'Europa.

La condizione di Israele

L'attuale crisi determinatasi con l'esplodere della seconda intifadah, fino alle stragi di civili israeliani, ha posto in discussione il futuro stesso dello Stato d'Israele, alimentando nei suoi cittadini un senso angoscioso di insicurezza fisica e psicologica. La radicalità di questa condizione, non compresa con chiarezza dall'opinione pubblica e dalle classi dirigenti in Europa, è stata percepita con forza dall'opinione pubblica ebraica, in Israele e nella Diaspora, rinnovando la condizione ebraica di sradicamento e di solitudine.

Di fronte alla situazione creata dalla strategia del terrorismo suicida e dalla regressione integralista di parte della società palestinese, sentiamo la necessità di ribadire il diritto all'esistenza in condizione di pace e sicurezza dello Stato di Israele, la cui nascita ha rappresentato uno storico traguardo per il popolo ebraico e per l'umanità.

Territori in cambio di pace

Il "rifiuto arabo", opposto per molti anni al riconoscimento e alla pace con Israele, ha provocato lutti e dolori di cui ha sofferto e soffre in primo luogo il popolo palestinese. Il superamento del "rifiuto arabo" e l'accettazione di Israele come Stato legittimo pienamente integrato nel Medio Oriente non dipendono esclusivamente dal mondo arabo ma richiedono anche da parte israeliana una visione ed un'azione politica volta al dialogo e all'integrazione nella regione.

L'occupazione dei territori arabi, avvenuta nel corso della Guerra del 1967, fu mantenuta dai governi israeliani con la motivazione che, in una futura trattativa, essi avrebbero costituito una decisiva carta negoziale da usare in cambio dell'accettazione dell'esistenza di Israele in base alla dottrina "territori in cambio di pace". Ciò è avvenuto con la restituzione del Sinai e l'accordo di pace siglato con l'Egitto ma non ancora per ciò che riguarda il Golan, la Cisgiordania e Gaza.

Proprio per questo l'idea del ritiro unilaterale israeliano, senza un preventivo accordo di pace, è, a nostro avviso, improponibile.  Tale atto, invece di facilitare un accordo, conterrebbe in sé la rinuncia alla ricerca di una sistemazione stabile e quindi il rischio di una nuova guerra.

Gli insediamenti

Dagli anni Ottanta, però, la dissennata politica degli insediamenti e della confisca delle terre in Cisgiordania e Gaza ha mutato il carattere dell'occupazione israeliana rendendola permanente fino a forme di strisciante annessione. L'esigenza di protezione degli insediamenti e dei loro abitanti ha determinato un sistema di gravi e umilianti restrizioni alla libertà e alle condizioni di vita e di lavoro della popolazione palestinese.

Tutto ciò ha radicato fra i palestinesi la convinzione che anche la limitata Autonomia, scaturita dagli accordi di Oslo, altro non fosse che il progetto di relegare il futuro Stato palestinese ad un mero insieme di enclave frammentate e circondate dalla presenza dell'esercito e degli insediamenti israeliani. Gli insediamenti hanno quindi avuto una duplice conseguenza negativa: togliere credibilità alla formula "territori in cambio di pace" e, contemporaneamente, trascinare il popolo israeliano in una pratica di dominio su un altro popolo.

Iniziare unilateralmente una politica di smantellamento degli insediamenti, a partire da quelli nella striscia di Gaza, avrebbe quindi un duplice valore: avviare la soluzione del problema e lanciare un segnale di disponibilità per la composizione pacifica del conflitto.

La politica palestinese

L'attuale tragica situazione, con i suoi insopportabili costi umani, trae principalmente origine dal mancato accordo di Camp David (luglio 2000). Il divario fra le posizioni è stato in buona parte colmato dalle successive proposte definite dai "Parametri di Clinton" (dicembre 2000) e discusse nei negoziati di Taba (febbraio 2001).

I governi israeliani succedutisi dopo l'assassinio di Rabin non hanno voluto comprendere quanto grave fosse il livello di delusione e disperazione della società palestinese. Tuttavia dello scoppio della "seconda intifadah" rimane primaria la responsabilità dei gruppi dirigenti palestinesi, convinti di poter ottenere condizioni migliori di quelle respinte a Camp David ricorrendo all'uso della violenza. Tale scelta è stata resa più grave nelle sue conseguenze dall'ambiguità mai risolta nei rapporti con l'estremismo integralista.

Diversamente dalla prima intifadah del 1988, rivolta popolare spontanea che ha generato un nuovo gruppo dirigente e l'accettazione della dottrina "due popoli due Stati", la "al-Aqsa intifadah", dai forti tratti islamici, è stata organizzata e guidata dalle varie formazioni palestinesi, ed ha presto assunto la forma di un conflitto militarizzato, degenerato rapidamente in violenza terroristica.

La politica israeliana

È evidente che il terrorismo, e a maggior ragione quello suicida, non può essere debellato con il solo ricorso alla forza repressiva delle armi.

L'esperienza dimostra che le ritorsioni militari israeliane, oltre a provocare vittime innocenti, sono un detonatore di ulteriore violenza, in una spirale ininterrotta di reciproche brutalità.

Le radici del terrorismo si potranno estirpare solo dall'interno della società palestinese stessa: per questo scopo Israele deve compiere scelte utili a separare la società palestinese dai mandanti del terrore e offrire una prospettiva di pace e di convivenza che dia soprattutto ai giovani la speranza di un futuro normale e quei concreti "benefici della pace" che a metà degli anni '90 avevano iniziato a configurarsi.

Il governo del Primo ministro Sharon si è rivelato incapace  di affiancare alla repressione militare l'offerta di una soluzione politica. La sua azione sembra guidata dalla volontà di distruggere l'Anp e l'intero movimento nazionale palestinese, nell'illusione che i palestinesi sconfitti finiranno per accettare uno stato permanente di soggezione a Israele

Questa azione contribuisce ad allontanare la prospettiva di una composizione pacifica del conflitto, alimenta l'isolamento internazionale di Israele e mette in pericolo il suo futuro come Stato democratico, coerente con i valori fondanti dell'ebraismo.

L'unica soluzione: la trattativa

La condizione per assicurare sopravvivenza e dignità ai due popoli è il superamento della logica del terrorismo e della guerra con il ritorno al tavolo delle  trattative, senza precondizioni. Perché ciò avvenga occorre un rinnovato impegno della comunità internazionale e, soprattutto, un cambiamento negli orientamenti delle leadership dei due popoli.

In particolare, noi riteniamo che i contenuti dei negoziati di Taba siano il riferimento essenziale e realistico per siglare un accordo definitivo che veda:

- la costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza, nei confini precedenti il conflitto del '67 (tranne che per limitati aggiustamenti territoriali concordati fra le parti);

- lo sgombero degli insediamenti ebraici (tranne quelli concordati fra le parti);

- Gerusalemme capitale dei due Stati, con le opportune soluzioni già prefigurate nella trattativa che consentano di conservare l'unità della città;

- una giusta soluzione per i profughi palestinesi che combini il loro ritorno nello Stato di Palestina con un adeguato piano di indennizzi finanziato dalla comunità internazionale;

- in questa cornice si potrà affrontare la questione dell'indennizzo per gli ebrei profughi dai paesi arabi; le risorse raccolte per tale opera potranno essere utilizzate anche per finanziare progetti di cooperazione e sviluppo nell'area.

Al di là dei dettagli delle soluzioni diplomatiche, resta in noi la convinzione profonda che israeliani e palestinesi potranno assicurare a sé stessi un futuro di convivenza  soltanto se rinunceranno all'uso della forza e saranno capaci di stabilire un rapporto basato su reciproco rispetto e sulla pari dignità.

Gruppo Martin Buber - ebrei per la pace

 

 

Roma novembre 2002

 

 

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Gruppo Martin Buber

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