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Un ottobre violento in Medio Oriente: le vittime, i rabbini, il ritiro da Gaza
di giorgio gomel
(shalom novenbre 2004)




1. Il 29 settembre due bambini israeliani di famiglia etiope - Dorit Aniso di 2 anni e Yuval Abebeh di 4 - muoiono, in una casa colpita da un razzo lanciato da militanti di Hamas contro la città di Sderot. Il 5 ottobre Iman-al-Hams, una ragazza palestinese di 13 anni, viene uccisa da soldati israeliani mentre si reca a scuola nel campo profughi di Rafah, nel sud della striscia di Gaza. Negli stessi giorni, Samah Samir Nasser, una bambina palestinese di 10 anni, è uccisa dal fuoco israeliano davanti alla sua casa a Beit Hanun, nel nord della striscia. Il 12 ottobre Ghadeer Mkheimar, di 11 anni, muore colpita allo stomaco, all'interno di una scuola gestita dalle Nazioni Unite nel campo profughi di Khan Younis. Secondo l'esercito israeliano, la bambina è stata colpita nel corso di uno scontro a fuoco fra l'esercito e militanti palestinesi.
Al di là della conta deprimente dei morti, della crudezza anonima delle statistiche - oltre 900 morti israeliani, 3400 palestinesi in quattro anni di intifada, tra questi 590 palestinesi e 110 israeliani sotto i 18 anni e molti altri costretti a una esistenza di disabilità permanenti, è con il dare un nome, un'identità alle vittime, con il reagire all'oblio, al cinismo, all'assuefazione rassegnata che dobbiamo opporci a questa guerra insensata.
Il conflitto tra i due popoli si è inasprito sempre più in un'orgia di brutalità, una pulsione di annientamento reciproco. La violenza ha annullato l'umanità di occupanti e occupati.
Nell'ideologia omicida del terrorismo palestinese, la strage di civili israeliani è diventata metodo deliberato di lotta nell'illusione di piegare Israele con la violenza, di disgregarne la società. Lo stesso ritiro da Gaza è visto come un'occasione per costringere Israele alla sconfitta, all'umiliazione, imitando i successi degli Hezbollah in Libano.
Israele è guidato sempre più spesso, nel maggio scorso a Rafah lungo la frontiera con l'Egitto così come nelle scorse settimane a Jabalya nel nord della striscia di Gaza, dalla logica della punizione collettiva, senza distinguere fra gli istigatori del terrore e i palestinesi come popolo: questo è visto come un nemico irriducibile, disumano, che deve essere domato con la forza delle armi. Ma la storia recente prova come sia vano pensare di debellare il terrorismo affidandosi alla sola repressione militare, senza offrire una trattativa di pace, senza proporre una soluzione politica che spinga la società palestinese a dissociarsi dai terroristi, a ripudiare la violenza. Il numero di attacchi suicidi - 35 nel 2001, 60 nel 2002, 26 nel 2003 e ancora 13 nel 2004 -; quelli falliti o evitati - circa 100, secondo l'esercito israeliano, dall'inizio dell'anno -; l'ostinazione con cui i palestinesi resistono all'occupazione, nonostante i lutti, la disgregazione del tessuto economico e civile, la demolizione delle case, la prigionia di migliaia di persone, dimostrano che una guerra siffatta non ha vincitori né vinti.

2. Avraham Shapira, ex Rabbino capo di Israele, esorta i soldati chiamati ad eseguire l'ordine di sgomberare le colonie di Gaza a disobbedire a quell'ordine. Altri 60 rabbini, soprattutto delle yeshivoth che uniscono lo studio con il servizio militare, oltre al Consiglio dei rabbini degli insediamenti (Yesha), condividono questo appello. Giungono all'assurdo di invocare la "pikuah nefesh", cioè il primato dell'urgenza di salvare vite umane per evitare "la deportazione di ebrei dalla loro terra". Si dirà che i rabbini hanno libertà di opinione, che detta opinione non è imposta ad alcuno, e che il suo non rispetto non implica alcuna punizione. Ma allorché i rabbini usano il linguaggio della halacha e si rifanno alla parola di Dio, essi invocano un'autorità alternativa a quella dello stato di diritto e del sistema democratico di Israele. Il tutto, mentre il paese è scosso dall'opposizione oltranzista dei coloni al ritiro da Gaza, dalle minacce di "resistenza" armata, di guerra civile, di attentati contro lo stesso Primo Ministro. Il Ministro della Difesa e il Capo di Stato Maggiore hanno stigmatizzato duramente il comportamento di questi rabbini che istigando al rifiuto "mettono in pericolo il sionismo e l'unità dell'esercito".
L'estremismo nazional-religioso in Israele è degenerato ormai in forme maligne, molto pericolose per il futuro del paese. Esso disprezza la democrazia; tra essa e la legge della Torà, preferisce la seconda. Non desidera un Israele in pace con i palestinesi, perché la pace comporta la spartizione della terra. Neppure Gaza, luogo irrilevante per la storia ebraica, può essere abbandonata perché l'integrità della terra d'Israele, il cui possesso discende da un diritto divino, è un intoccabile principio.

3. In un incontro europeo del Yachad-Meretz a Parigi, in occasione del 50esimo anniversario della nascita del Cercle Bernard Lazare, il circolo di dibattito sionista-socialista francese, Y. Beilin, il principale architetto degli accordi di Ginevra firmati nel dicembre 2003, ha ricordato come il piano di ritiro da Gaza sia stato la risposta di Sharon da un lato allo stesso successo di Ginevra (con un favore del 40% dell'opinione pubblica di Israele) dall'altro alle pressioni interne - dell'esercito, della stessa opinione pubblica - ed esterne, da parte del Quartetto ispiratore della roadmap, contro l'immobilismo del governo, la sua ostilità a qualsiasi iniziativa che possa condurre a una soluzione permanente che contempli uno stato palestinese degno di questo nome, in Cisgiordania e Gaza, e non solo un insieme di enclaves disgiunte e circondate dagli insediamenti e dall'esercito.
Il piano di ritiro da Gaza ha diviso aspramente il Likud; riscosso il consenso della sinistra; suscitato l'opposizione della destra più radicale che appoggia i coloni nella convinzione che lo sgombero anche della sole colonie di Gaza e di alcuni piccoli insediamenti in Cisgiordania sarebbe un pericoloso precedente, un cedimento al terrorismo.
In queste condizioni - dice Beilin - compito del movimento per la pace è comunque quello di sostenere il ritiro da Gaza, in quanto questo sia l'inizio della fine dell'occupazione, e dopo il ritiro di continuare la battaglia per l'evacuazione del resto dei territori e la ripresa del negoziato con i palestinesi. Se il ritiro fosse limitato a Gaza e senza un accordo con l'ANP, la situazione che ne risulterebbe sarebbe peggiore di quella attuale: senza un ordine civile, un barlume di progresso economico, un embrione di governo palestinese, Gaza degenererebbe in uno stato di anarchia, di guerra tra bande, di ulteriore indigenza, sotto l'influenza crescente di Hamas.

Giorgio Gomel