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la solitudina pacifista
di victor magiar
(l'unita' 6/4/2002)

 

Anche oggi vivrò una giornata amara. Non è una novità: vivere in solitudine la propria speranza di comprensione, di dialogo, di pace, è un esercizio conosciuto.
Ho imparato a coltivarla da piccolo, prigioniero per venticinque giorni in una casa affollata di altri disperati, mentre per strada l’ira del fanatismo cercava l’ebreo da scannare e le radio arabe mentivano ai loro popoli una vittoria inesistente, l’impiccagione di Moshe Dayan e Golda Meir, la distruzione della “entità sionista” e lo sterminio del popolo estraneo ed invasore.
Sono sopravvissuto a quella tragedia, nel giugno del ’67, anche grazie alla solidarietà di alcuni vicini di casa: con un po’ di astuzia hanno difeso da un’incursione assassina me e altri quaranta rifugiati, e ci hanno miracolosamente procurato il cibo sufficiente per quasi un mese.
Guardo le immagini di Ramallah e intuisco, bene, le condizioni materiali e quelle esistenziali dei suoi abitanti, guardo quelle immagini e ricordo come e perché da adolescente sono diventato pacifista o, comunque, per la pace.
Riordino come in un film immagini, discussioni, litigi in famiglia o negli spogliatoi della palestra e, soprattutto, le decisioni: costruire il dialogo fra arabi ed ebrei, fra israeliani e palestinesi; riconoscere a ciascuno i diritti, le ragioni e magari anche i torti; rivendicare la mia storia di ebreo e di profugo non per aggredire e demonizzare i nemici storici ma per rompere la spirale dello scontro, verbale, fisico, armato; resistere ed educarmi a sopportare il terrore degli attentati e dei dirottamenti.
Ho resistito in solitudine, o con una sperduta compagnia di miei simili, per anni.
Finalmente argomenti e azioni mi hanno liberato dalla prigione della speranza e del pensiero: ho incontrato nuovi amici, compagni sinceri, realistici sognatori per attraversare l’Italia e poi le terre contese. La nostra missione, il nostro segreto, la nostra forza, capire noi per primi per aiutare poi altri a capire: spiegare agli israeliani, agli ebrei, le ragioni e la rabbia dei palestinesi; spiegare ai palestinesi, agli arabi, le ragioni e le paure degli israeliani; abbiamo fatto parlare fra loro chi non si conosceva prima, abbiamo marciato insieme e costruito occasioni di pace, di comprensione. Al di là delle nostre stesse aspettative i nostri sogni sono svaniti in realtà come la mia solitudine in allegria.
Ora sono di nuovo solo anche se la guerra non è iniziata oggi ma diciotto mesi fa, e il massacro non è ora ma è stato fino adesso.
Le telefonate complici degli amici anziché lenire sottolineano la condizione di un testardo: ripeto che un pacifista costruisce ponti fra rive diverse e non si può attestare su una sponda e urlare contro l’altra.
Non si può dire “pace” e poi inneggiare “intifadah (rivolta) fino alla vittoria”, soprattutto se questa intifadah spara ed esalta i “martiri” assassini; non si può rimuovere la storia fino al punto di chiedere il “ritiro dai territori” senza contropartita (cioè un accordo di pace) e dimenticare che quei territori sono stati occupati quando Nasser e suoi sodali volevano distruggere l’entità sionista e i loro piccoli imitatori mi davano la caccia per le vie della mia città; non si può vedere “l’oppressione dell’occupazione” che si trascina da trentacinque anni e non osservare “la paura dell’assedio” di Israele che per cinquanta anni ha resistito a un oceano arabo che solo ora si decide a riconoscere l’esistenza dello Stato ebraico; non si può visitare i campi profughi e dimenticare il milione di ebrei fuggiti dai paesi arabi.
Chi come me ha criticato tutti i governi israeliani dal 1970 ad oggi, fatta eccezione di quello Rabin-Peres, ha espresso il proprio “sostegno critico” a Israele, questo il nostro contributo: ma chi non è capace di sostenere criticamente l’ANP ed Arafat pensa veramente di contribuire alla pace ?
Veramente i miei compagni di strada che inneggiano ad Arafat lo pensano infallibile più del Papa o dell’Eterno ?
Ora capisco la differenza: “laicamente”, criticando me stesso e il mio mondo, ho sradicato la mia paura e i miei istinti per far largo alla ragione, anche a quella dei miei nemici; possibile che un cittadino italiano, non direttamente coinvolto, che non ha pagato alcun tributo di sangue, oppressione o terrore abbia certezze così “fideistiche” per un leader così ambiguo ?
Chi è per la pace deve saper capire, tutti; deve saper criticare, tutti.
Io che ho lasciato la mia sponda per cercare un contatto sull’altra ora sono solo, a metà del guado, mentre vecchi compagni di traversata hanno scelto una sola riva: io non tornerò indietro, paziente aspetterò, ma qualcun altro dovrà abbandonare la sua sponda se mi vuole incontrare.