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salvare l'islam e' salvare il mondo
di victor magiar
(l'unita' 7/12/2002)

 

È meglio essere sinceri: lo scontro di civiltà esiste.

È meglio essere attenti: lo scontro è tutto dentro la civiltà islamica, lacerata tra modernità e medioevo.

È meglio essere previdenti: lo scontro è al suo stadio finale e può trascinare dietro di sé il mondo intero.

L’attitudine occidentale a pensare che sia sempre il “nostro mondo”, nel bene o nel male, ad essere al centro di qualsiasi vicenda su questo pianeta altro non è che la prosecuzione di un difetto, tanto coloniale quanto provinciale, che impedisce di riconoscere le dinamiche proprie, originali, di culture altre da noi.

Sempre dannosa poi la consuetudine di interpretare le tensioni e i conflitti che da un secolo sconvolgono il mondo arabo (e quello islamico)  adoperando categorie e criteri basati quasi sempre su impostazioni politiche e culturali proprie del pensiero occidentale, estranee cioè al contesto a cui dovrebbero essere applicate: sia l’immagine “terzomondista” di uno scontro tra un potente e opulente occidente ed un islàm povero e sottomesso che l’idea “fobica” di un piano di aggressione e di conquista islamico contro l’occidente sono frutto di questo equivoco culturale.

Queste due letture non spiegano diverse guerre civili (evidenti e nascoste) che hanno insanguinato diverse aree, con conflitti fra islamici (Algeria, Egitto, Libano, Siria, Iraq-Iran, Arabia, Turchia, Pakistan) o fra islamici e non (Nigeria, Egitto, Sudan, Libano, Indonesia, Cecenia, Sri Lanka, India, Filippine).

Per capire occorre dunque andare alle origini del problema, quando “solo” cento anni fa il mondo arabo si è risvegliato, annichilito da cinque secoli di opprimente dominazione ottomana, diviso per criteri etnici e in strutture tribali, sottomesso a poteri estranei. Già da subito, la breve storia dei movimenti politici di quel mondo, piuttosto che esprimere un’opzione di carattere propriamente politico, cioè di governo della realtà, risolve in primis l’esigenza di rappresentare il movente identitario, spesso puramente etnico o religioso; esiste cioè un deficit di cultura politica che surroga ricorrendo a un codice fondativo tipico delle politiche identitarie di gruppo: il “riscatto della propria nazione”.

Esemplare, è l’inizio di questa storia, quando nel 1915, per il tentativo di guadagnare l’aiuto delle popolazioni arabe nel primo conflitto mondiale, l’Impero Ottomano pensò bene di dichiarare il jihàd contro gli infedeli europei.

Lo Sceicco Hussein, re dell’Hejàz, della dinastia Hashemita discendente dalla tribù del Profeta, custode delle città sante di Mecca e Medina, era l’uomo giusto per smontare l’argomento del jihàd: preferì allearsi con gli inglesi per realizzare, con i figli Faysàl e Abdallàh, un nuovo sogno, quello dell’unità dei popoli arabi e della loro indipendenza.

Sconfitti i turchi la dinastia hashemita, che controllava nel 1918 Iraq, Siria, Palestina e Penisola Arabica, incominciò a rappresentare gli interessi arabi nelle assisi internazionali e a concludere accordi decisivi con il neonato movimento sionista, sperando così di portare nel Vicino Oriente le conoscenze del mondo moderno.

All’incontro con Weizmann ad Akaba seguirono la “Conferenza di pace di Parigi” del 1919, quando a nome degli arabi il figlio Faysàl si spinse ad assicurare “la simpatia più profonda” del suo popolo per la causa sionista, poi l’approvazione alla Conferenza di San Remo del 1920 della Dichiarazione Balfour, successivamente incorporata al “Mandato britannico sulla Palestina” deciso dalla Società delle Nazioni nel 1922.

Dunque la linea politica e culturale tenuta dagli hashemita, e poi da molti altri sovrani musulmani, dal Marocco al Golfo Persico, è stata quella della collaborazione e dell’emulazione con l’occidente, attraverso soprattutto la valorizzazione dei gruppi etnici non arabi presenti nei propri regni, equivalenti (all’epoca) a poco più di un milione di individui su una popolazione complessiva di cinquanta milioni di persone, disseminati su un territorio grande due volte e mezzo l’Europa.

Contro questo progetto è sorto il radicalismo arabo, a cicli alterni d’impronta religiosa o nazionalista, che ha considerato le varie comunità non-arabe (o non-musulmane) disseminate da tempo immemorabile per tutto l’Islàm un corpo estraneo alle loro terre: nel 1929 in Egitto la dottrina dello scontro totale con gli ebrei “elemento estraneo alle terre islamiche” prese forma politica ed ideologica con la costituzione del partito dei “Fratelli Musulmani”.

È per “restaurare la purezza dell’Islàm” che l’emiro di Riyadh, il wahhabita Ibn Saud, rovescia nel 1925 il Re hashemita Hussein, impossessandosi dell’Arabia da allora definita, appunto, Saudita;  è perché considerato “traditore” che Abdallàh, figlio di Hussein, viene assassinato nel 1951 da estremisti nazionalisti a Gerusalemme, dentro alla Moschea di Omàr.

Ma lo scontro tra modernità e medioevo è rimasto poi a lungo sottinteso nel mondo arabo e ha trovato nella ricerca di un “nemico, comune ed esterno”, un punto di conciliazione.

La scomparsa del nemico turco e l’inizio della stagione dei conflitti fra i dignitari arabi ha trovato il suo spartiacque nel rapporto con gli inglesi: basti pensare che durante la Seconda Guerra Mondiale l’Arabia Saudita di Ibn Saud preferì rimanere neutrale, il Muftì di Gerusalemme Hadj Muhammad Amin al-Husseini con il suo movimento combatté insieme ai nazisti organizzando i due battaglioni kosovari delle SS, e i restanti Paesi arabi si trovarono alleati agli inglesi.

In seguito, con la fine della colonizzazione e con la nascita di nuovi Stati arabi, il confronto con Israele (e con gli ebrei) si eleva a questione per eccellenza della vita politica di tutti i paesi islamici, anche di quelli più lontani da Gerusalemme, divenendo il principale elemento di definizione identitaria e, soprattutto, di selezione della leadership.

Ma leader e regimi arabi falliscono, nell’economia come nella guerra: il nemico esterno per eccellenza, Israele, è imbattibile.

Cresce così la frustrazione e la religione rimane l’unica risposta, in termini culturali e  non ancora politici, di assoluta differenza e di scontro, non solo contro il mondo “altro da sé” ma anche contro coloro che nel mondo islamico vengono da loro considerati compromessi con l’occidente, corrotti, traditori.

È per questo che proprio in un paese non arabo (con il rovesciamento dello scià di Persia e l’affermazione di un regime teocratico) una rinnovata tendenza radicale prende vita all’intero dell’intero mondo islamico.

È l’Iran, guidato dall’ayatollàh Khomeini, che scatena l’offensiva politica contro la modernità e che propugna la realizzazione di società teocratiche; è sempre l’Iran che finanzia e collega tutti i movimenti radicali che nei paesi islamici, o di forte presenza islamica, sostengono lo scontro con il pensiero occidentale.

Il ritorno all’islàm è una “risposta globale”: permette al credente di leggere secondo uno schema consolidato nei secoli ogni aspetto della vita, della storia e della politica; delinea un orizzonte e promette una speranza, fornisce la forza necessaria per sopportare condizioni di vita difficili se non impossibili, estende il confronto con il pensiero occidentale dal Maghrèb alle Filippine.

In nome dell’islàm e con il collaudato alibi del nemico esterno (Israele, la Russia, l’occidente) lo scontro dentro al mondo arabo dopo cento anni riprende forma trasformandosi in una minaccia per gli stessi regimi arabi, come è accaduto in Algeria con gli integralisti del Fis o come avviene ancora oggi in Egitto e (più velatamente) in Arabia Saudita.

Il caso più esemplare rimane la vicenda del dittatore irakeno Saddam Hussein che, durante la Guerra del Golfo (1991) lancia i suoi missili su Israele e riscopre la causa palestinese come diversivo per rompere il compatto fronte arabo-occidentale: solo i palestinesi, popolazione e leader, hanno creduto alla parola di Saddam, rimanendo isolati dentro il mondo arabo e perdendo credibilità tanto con l’occidente che con l’Urss di Gorbaciov.

L’attacco dell’undici settembre segue lo stesso schema, New York come Tel Aviv come Mosca come Bali: un nemico esterno, infedele, per colpire il nemico interno, il fratello musulmano corrotto, che tollera le parabole della televisione e che permette alle donne comportamenti poco decorosi.

Quella lanciata dello sceicco Bin Laden non è la lotta contro la fame, lo sfruttamento o l’oppressione dei popoli, ma è lotta per il potere, per affermare il proprio primato culturale, e dare senso alla potenza economica del mondo arabo (oggi nelle mani del due per cento della popolazione).

In conclusione potremmo affermare che i conflitti e le tensioni che attraversano il mondo islamico, altro non sono che il drammatico ed inevitabile passaggio verso la modernità che, iniziato con il crollo del sistema degli imperi, si concluderà solo quando in quelle terre si affermerà un punto di vista politico e pragmatico, lasciando alle spalle una visione mitizzata e identitaria della storia.

Sarà decisivo anche ciò che farà l’occidente, oggi altalenante fra  angosciate fobie ed ingenue e misericordiose letture del fenomeno integralista.

È la nostra risposta che può rinsaldare e potenziare il radicalismoislamico e spingerlo in rotta di collisione con il resto mondo: occidente, Russia, India e Cina.

È la nostra risposta che può aiutare chi nelle società musulmane vuole trovare la via della convivenza fra religione e democrazia: bisogna salvare l’islàm se si vuole salvare il mondo.