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il velo arabo, giulietta e romeo
di fernando liuzzi
(aprile 2005)

 

Ai primi di marzo è giunta da Londra una notizia, relativa ai rapporti fra Europa e Islam, che, sui mezzi di informazione italiani, ha avuto una vita troppo breve. Credo sia utile tornarci sopra.

Shabina Begum, una studentessa di fede musulmana, si è vista riconoscere da un tribunale britannico il diritto ad andare a scuola indossando la jilbab, una lunga veste che lascia scoperti soltanto il volto e le mani. A Shabina, un’orfana sedicenne originaria del Bangladesh, era stato infatti vietato l’ingresso in un liceo di Luton, località sita a nord di Londra. La direzione della Denbigh High School, frequentata all’80% da allievi musulmani, aveva deciso di consentire alle studentesse di indossare lo shalwar kameez, un completo composto da tunica e pantaloni e corredato dallo hijab, il velo che copre i capelli. Compiuti i tredici anni, Shabina aveva però optato per un abito più severo sostenendo che la tunica, lasciando “in vista parte delle braccia”, va bene per una bambina ma non è adatta a una donna. Da qui l’esclusione contro cui la ragazza era ricorsa in tribunale.

Nel giugno 2004, l’Alta Corte ha dato ragione al liceo affermando che era stato opportuno stabilire norme sul vestiario degli studenti “per proteggere la libertà di tutti”. Shabina, però, ha proposto appello, affidandosi a un avvocato di grido, Cherie Booth, che, tra l’altro, è la moglie del primo ministro Blair. Il 2 marzo la Corte d’Appello ha dato ragione alla ricorrente. Constatando che, nel Regno Unito, non esiste una legge che vieti di indossare a scuola un abito legato a una tradizione religiosa, la Corte ha affermato che il liceo di Luton non può imporre le proprie scelte ai singoli studenti. Negando a Shabina il diritto a “manifestare la sua religione”, le ha impedito di andare a scuola e, quindi, la ha privata del diritto a ricevere un’istruzione.

Questo episodio riporta alla mente una notizia dei primi mesi del 2004. In Francia fu allora varata una legge, voluta dal Governo, che vieta nelle scuole pubbliche l’esibizione ostentata di simboli religiosi a partire, appunto, dallo hijab, il cosiddetto “velo islamico”. Questo provvedimento fu accolto in Italia, e anche a sinistra, con una certa simpatia. Più d’uno manifestò, privatamente o pubblicamente, il suo favore per una decisione in cui credeva di sentire l’eco di un certo spirito giacobino che, secondo una diffusa opinione, permeerebbe di sé le istituzioni d’Oltralpe. In altre parole, anche a sinistra c’è stato chi ha condiviso la supposta volontà di ribadire, con tale decisione, che la scuola pubblica costituisce uno spazio che, in quanto è pubblico, è aperto solo a persone prive di segni identificativi o identitari. Ovvero, uno spazio i cui gli allievi e le allieve devono presentarsi in modo tale che nessuno possa percepire a quale classe sociale o a quale credo religioso appartengano e, insomma, da quale particolare origine provengano. In quel provvedimento avrebbe quindi trionfato una concezione dell’egalité che deriverebbe dallo spirito dell’89. Ma siamo sicuri che l’uguaglianza, per essere tale, debba essere anche, e necessariamente, uniformità?

Per istituire in modo compiuto un paragone tra l’“interventismo” legislativo di Chirac e il “non interventismo” di Blair, circa il rapporto tra osservanza religiosa e scuola pubblica, occorrerebbe anche analizzare l’impatto che la diffusione delle tendenze e delle mode rigoriste tra i giovani musulmani produce sulle periferie francesi e britanniche. Ma quello che a me qui interessa è un ragionamento sui retaggi storici che stanno dietro a questi due approcci. Credo, infatti, che tale riflessione sia fondamentale per cogliere il senso della diversità, che oggi si ripropone in modo così netto, tra via francese e via inglese. 

Alle soglie della modernità, in Europa si pone in termini nuovi e drammatici il problema del rapporto fra religione e potere. Uno degli aspetti decisivi di questa problematica fu quello della presenza di seguaci di fedi diverse in un unico territorio. Sulla scena europea, tale questione ebbe un ruolo centrale per un periodo che va dal 1492, con la cacciata dalla Spagna delle popolazioni non cristiane (ebrei e arabi musulmani), al 1688, con la definitiva ascesa al trono d’Inghilterra di un re non cattolico (Guglielmo d’Orange). In mezzo a queste due date stanno la Riforma protestante e le feroci guerre di religione che insanguinarono, a fasi alterne, il nostro continente.

Tagliando le cose con l’accetta, possiamo dire che, in Francia, il compromesso storico che fu trovato tra cattolici e protestanti con l’editto di Nantes fu uno dei fondamenti e, insieme, dei materiali su cui e con cui fu costruito l’edificio dell’assolutismo. Nel senso che lo Stato (monarchico) si assunse la funzione di garante della convivenza dei suoi sudditi proprio nel momento in cui la corona, come mostrano plasticamente le torri del castello di Chambord, si poneva al di sopra della croce. Ovvero nel senso che il re di Francia si poneva, all’interno dei propri confini, non solo al di sopra della nobiltà (e quindi di ogni altra classe sociale), ma anche al di sopra della Chiesa cattolica (e quindi di ogni altra chiesa).

In Inghilterra, invece, il quadro fu reso più mosso da tre elementi. In primo luogo, sia pure attraverso persecuzioni e scontri sanguinosi, si affermò la presenza, a fianco della Chiesa cristiana prevalente, frutto della scissione anglicana, di una molteplicità di sette “non conformiste” e di tendenze eterodosse, alcune delle quali più intimamente religiose (quali i quakers), altre più esplicitamente politiche (quali i levellers). A ciò si aggiunga l’antica tendenza a limitare, attraverso il Parlamento, il potere del monarca e quella ad aggiustare via, via i risultati dell’attività legislativa attraverso il largo spazio concesso alle sentenze che fanno giurisprudenza.

Ebbene, io penso che l’analisi dei modi diversi in cui i conflitti intercristiani furono affrontati e superati in Francia e in Inghilterra ci aiuti a capire come oggi questi due paesi si atteggino nei confronti delle crescenti minoranze islamiche.

La tradizione inglese consegna al presente un pluralismo mobile e adattivo che, attraverso modificazioni successive, tende ad accettare il nuovo per quel che è. La tradizione francese, invece, le cui radici profonde traggono linfa più dal Seicento assolutista che dal Settecento illuminista, assegna allo Stato, e quindi al potere politico, il compito di produrre soluzioni valide in termini generali.

Per ridurre la presa che le organizzazioni islamiste hanno sui giovani musulmani delle periferie metropolitane, Chirac ha voluto un provvedimento che finisce per impedire a un giovane ebreo ortodosso, che porti sul capo la kippah, o a un giovane sikh, che porti il turbante, di mettere piede in una scuola statale. Con quali benefici sulla convivenza dei cittadini francesi del 2020 è difficile immaginare.

Blair, invece, si è limitato a prendere nota del fatto che una celebre avvocatessa, incidentalmente sua moglie, è riuscita a convincere un tribunale britannico che anche le più rigide fra le giovani seguaci dell’Islam hanno diritto ad apprendere dalla viva voce di un insegnante, pagato dallo Stato, la dolorosa storia, narrata da Shakespeare, “di Giulietta e del suo Romeo”.