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Gli ebrei di oggi tra vincitori e vittime
di GIORGIO GOMEL
(confronti, giugno 2005)

 

Hannah Arendt riteneva che la condizione del paria fosse tipica degli ebrei dell'Europa occidentale dopo l'emancipazione. I paria consapevoli - dice la Arendt - sono "quegli spiriti coraggiosi che hanno tentato di fare dell'emancipazione ciò che in effetti avrebbe dovuto essere; l'ammissione degli ebrei in quanto ebrei nei ranghi dell'umanità, piuttosto che il permesso di scimmiottare i gentili o un'occasione per assumere il ruolo del parvenu".
Tra le grandi figure di ebreo-paria la Arendt ci ricorda Heinrich Heine, Bernard Lazare, Franz Kafka, Walter Benjamin. L'ebreo che insorge contro la propria marginalità ed oppressione e combatte per sovvertire l'ordine sociale e culturale del tempo, alleandosi con altri oppressi. Basti ricordare, sul piano più politico, l'apporto di ebrei agli ideali e movimenti rivoluzionari del secolo scorso. La figura dell'ebreo-paria ha dominato la cultura ebraica e dell'occidente nel '900.
Oggi, vi è una rottura radicale con quel paradigma. Gli ebrei della diaspora - che dal punto di vista geografico è solo più occidentale, europea e americana, e socialmente fa parte dei ceti medio-alti - e quelli di Israele appartengono al mondo dei "vincitori". E' una condizione transitoria, forse precaria e reversibile, ma oggi indubitabile.
Nella diaspora, gli ebrei, siano osservanti o non, fedeli alla tradizione ebraica od ansiosi di assimilarsi, appartengono, infatti, per lo più agli strati borghesi della società; sono istruiti, inseriti nel processo di globalizzazione. Tendono a conformarsi ad interessi di classe, valori e modelli di comportamento conservatori. Si è perduta, in larga parte, la carica iconoclasta dell'ebreo campione della rivoluzione politica ed anche dell'eterodossia culturale.
Il caso di Israele è più complesso ed anche contraddittorio.
Esso è Oriente ed Occidente, forte della sua supremazia militare e della protezione offerta dall'America, ma anche debole per il senso angoscioso di insicurezza fisica e psicologica che il perdurare della guerra e la violenza terroristica incutono nel paese, impedendo la normalità del vivere quotidiano di una nazione intera. Una nazione che dispone di un'enorme potenza bellica, ma con un sottofondo di fragilità e di solitudine: una nazione di rifugiati ed immigrati, figlia di una storia di persecuzioni ed esilio il cui diritto all'esistenza è stato per anni rigettato dal mondo arabo, la cui esistenza come Stato pienamente accettato e pacificamente integrato nel Medio Oriente è ancora in forse.
Gli interrogativi che questa condizione di "vincitori" - ripeto precaria, ma oggi prevalente - suggerisce sono due.
Il primo concerne la nostra capacità di elaborare questa condizione e di assumere la responsabilità della forza. Soprattutto in Israele, dove l'esistenza ebraica ha assunto la forma di Stato-nazione sotto un governo"ebraico", cioè un governo di ebrei che persegue gli interessi di uno stato retto da una maggioranza di ebrei, con cui, peraltro, coesistono una vasta minoranza araba e strati recenti di immigrati non ebrei da più paesi del mondo. Ma anche nella diaspora, in quelle realtà, quali gli Stati Uniti, la Francia, la Russia, la Gran Bretagna, dove le comunità ebraiche contano nella società civile e nel processo politico interno.
Il secondo interrogativo riguarda il come risolvere l'antinomia tra la nostra condizione oggettiva dalla parte dei "vincitori" e la nostra esperienza soggettiva ed autorappresentazione di vinti e vittime, tra un impulso a stare a "destra" ed un retaggio etico-ideale-emotivo di "sinistra" - se queste categorie semplificatrici sono lecite.
La mia tesi è la seguente.
Noi ebrei dobbiamo usare la forza, tutta la forza di cui disponiamo, politica (ed anche militare), culturale, educativa contro gli antisemiti, contro coloro che disconoscono il nostro diritto ad esistere, come individui, comunità, popolo. All'antisemitismo ci dobbiamo opporre in quanto ebrei, consci di tutto il carico identitario racchiuso in questa appartenenza, seguendo in questo l'insegnamento della Arendt.
Dopo la Shoah e con il diritto di Israele ad esistere tuttora in forse, un'enfasi sulla difesa particolaristica dei nostri interessi mi sembra più che giustificata. Ma entro certi limiti. E' vano ed autodistruttivo per il futuro degli ebrei ricercare, infatti, la protezione di alleati impropri, opportunistici e provvisori, che è quanto i "neoconservatives" americani ed alcuni imitatori nostrani - ebrei e non ebrei - ci propongono: una "santa alleanza" tra ebrei di destra, destra politica e cattolici (o cristiani) integralisti, in nome della difesa acritica delle azioni di Israele e della comune ostilità all'Islam.
Ritengo che sia più efficace per difendere gli ebrei ed il loro futuro richiamarci ai valori universalistici, della dignità dello straniero, della difesa dei diritti dei più deboli. Tra gli insegnamenti da trarre dalla Shoah così come dalla lunga storia degli ebrei vi è la coscienza dell'interesse oggettivo degli ebrei nel lottare contro forme di discriminazione, quand'anche non colpiscano direttamente od immediatamente gli ebrei, e nel vivere in società multiculturali, in cui le differenti identità siano rispettate, legittimate a convivere, viste come un beneficio per tutti. La storia del popolo ebraico ne è una riprova concreta giacché molte volte forme di razzismo, di esclusione sociale o di discriminazione religiosa si sono poi riflesse in odio antiebraico.