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IL MESTIERE DI CHI C’ERA
di Aldo Zargani
(Voci della Memoria - supplemento a l’Unità, 27/1/2005)

 

 

Che cosa raccontare  alle generazioni del XXI secolo di quel che è avvenuto in Europa fra il 1917 (Rivoluzione d’Ottobre)  e il 1989 (crollo del muro di Berlino); fra il 1922 (marcia su Roma) e il 1943 (25 luglio, caduta del Regime fascista); fra il 1933 (avvento di Hitler al potere) e il 1945 (suicidio nel bunker); fra il 1914 e il 1945 (la Guerra Civile Europea, durata 30 anni)?

 

Forse converrà  rannicchiarsi nella propria biografia (sono nato nel 1933 e morirò spero tardi), recare cioè la testimonianza di uno che ha avuto la ventura, seppur da bambino, di vivere gli anni peggiori?

 

Forse. Quegli anni terribili li ho vissuti da bambino ebreo, e non da bambino normale. Ma nemmeno da bambino zingaro, o handicappato in Germania, o di Coventry… La vastità  della devastazione nazista in Europa fa sì che le vittime di quel terrore siano paradossalmente le meno adatte a testimoniarlo nel suo complesso, avendone vissuto un solo segmento.

 

Ho constatato più volte che  il rifugio puro e semplice nell’autobiografia può dimostrare scarsa efficacia quando si riduce al solo lamento, con risultati non molto diversi, fra l’altro, da quelli derivanti dalle proteste dei bambini al napalm del Vietnam,  da quelle annacquate del boatpeople, dagli Utu, dai Tutzi, dai bambini coreani, e non fatemi continuare così, mi vergogno: si ottengono purtroppo  risultati minimi, per non dire nulli.

 

Mi faccio un obbligo quindi, quando narro delle persecuzioni antiebraiche e dello sterminio degli ebrei in Europa, di accompagnare alla mia biografia la descrizione precisa di  ciò che è accaduto, di quali ne sono state le cause, di come si è arrivati nel XX secolo a perseguire e quasi realizzare lo sterminio dei popoli. E questo è un compito molto, molto difficile che si trasforma spesso in  una trappola.

 

 Mi riferisco in particolare ai ragazzi grandi dei Licei classici e scientifici, degli Istituti Tecnici e delle Università  di una città come Roma.

 

È infatti con chi si pone già domande  che è difficile parlare, ed è terribilmente difficile con quelli che la risposta se la sono già data, oppure, peggio, con quelli  che si accorgono che avrebbero dovuto porsi delle domande e annaspano alla ricerca di un perché, ma di un perché qualunque e immediato, da porre in uno speciale  cassetto del cervello, quello su cui sta  scritto: “fine dell’argomento”.

 

Per spiegarmi meglio, mi riferirò  ad alcune delle domande  che mi vengono formulate dagli studenti, e qualche volta dagli insegnanti, domande  che mi creano il gelo dell’anima  e un senso di impotenza e inanità che fa strascicare i piedi per terra quando torno a casa. Non sempre queste domande sono formulate, molte volte se ne stanno sospese nell’aria al di sopra dei cervelli a formare un groviglio di punti interrogativi che alla fine si traduce nell’indifferenza e nella speranza che passi presto l’ora celebrativa alla quale si è costretti a soggiacere.

 

Permettetemi un’ultima precisazione, prima di passare al dunque delle domande agghiaccianti. Potrei parlare, come molti fanno, dei miei successi, dei miei momenti di conforto, delle scuole ben preparate, che fra l’altro sono la maggioranza, ma temo che ciò non servirebbe allo scopo di chiarire quel che dev’essere fatto per rendere più efficace il perdurare della memoria senza imporla. Perché infatti di questo si tratta - che, fra l’altro, per coloro che sono ebrei come me, è una mitzvah, un dovere. Si tratta  di trasferire nei cervelli delle generazioni più giovani, senza monumentalismi, celebrazioni, retorica, i più gravi avvenimenti della storia dell’umanità di quando il mondo stava per finire, ed è sopravvissuto per miracolo.

 

Scusi, lei non crede che il negazionismo, il minimalismo, il revisionismo insomma, non siano per caso la conseguenza  del fatto che voi continuate sempre a insistere solo su questa storia degli ebrei come se solo questa fosse accaduta? La gente, alla fine, è logico che non ne possa più ed è  così che avviene che i vari Irving o Faurisson trovino il loro terreno fertile per agire. Non ne possiamo più”.

 

È ovvio che dentro di sé uno sente la pulsione, di fronte a questo intervento, di mettersi a gridare: “Stia zitto lei, anzi, stai zitto tu, che cosa dici, fascistello che non sei altro?”. Ma, postisi nella condizione di dare una risposta fingendo che la domanda fosse logica e urbana come invece non era, ci si trova in un mare di guai.

Poi  debbo resistere  a un'altra  tentazione, nella quale sono caduto più volte, quella di protestare la mia personale innocenza: “Sono stato a Sant’Anna di Stazzema, a Marzabotto, all’ANPI, con gli zingari, all’ARCIGAY…”. A parte il fatto che, quando si arriva alla parola gay, i ragazzi si mettono a ridere  - questo mi è proprio capitato mentre un pensiero-staffile mi lacerava la mente: “una volta ridevano quando si diceva giudei, adesso andiamo meglio, perché ridono solo quando si dice gay” -  questa attestazione di carattere personale finisce per essere del tutto insufficiente a rispondere  a questa domanda. Perché i ragazzi di oggi si trovano immersi in una realtà nella quale intravedono ogni sera uno sgozzamento a Bagdad, e nel contempo, mentre gli anni, anzi i decenni, anzi i mezzi secoli, sono passati con la loro carica naturale di oblio, si sono accumulati negazionismi espliciti e impliciti, come, per esempio, il negazionismo implicito di paragonare Auschwitz, il simbolo dello sterminio degli ebrei e degli zingari, ai pur terribili e feroci bombardamenti di Hiroshima o di Dresda.  Come per esempio, visto che c’era  l’istituzione del 27 di gennaio come “giorno della memoria del genocidio”,  tirare fuori “il giorno della memoria delle foibe”, “il giorno della memoria di Cassino”… E cos’altro inventeranno negli anni futuri?

Nel 1947 le Nazioni Unite codificarono, proprio in relazione allo sterminio degli ebrei e degli zingari, il termine “genocidio”. Che  non si applicava agli altri innumerevoli crimini nazisti, come l’uccisione in massa dei prigionieri sovietici, le stragi della popolazione civile, gli assassinii dei naufraghi in mare aperto, i bombardamenti di Coventry o di Rotterdam, le innumerevoli rappresaglie sulla popolazione civile… Ma di fatto, quando, passo dopo passo, parlare di  genocidio divenne sempre più “popolare” - una volta oltrepassato il concetto di  “genocidio culturale”, che consiste nel non torcere un capello a nessuno, ma nel non insegnare il dialetto a scuola, per esempio  - una volta superato il limite estremo del genocidio delle farfalle cavolaie causato dall’uso sconsiderato degli insetticidi, gli ebrei si sono rifugiati nel termine “shoah”, che poi è stato giustamente, anche se tardivamente, esteso agli zingari, “la shoah degli zingari”.

 

La domanda infida è poi anche giustificata, perché è vero che ci si è trovati in una situazione nella quale l’intera Seconda Guerra Mondiale è stata progressivamente giudaizzata, attraverso una serie di procedimenti assai complessi, che vedremo di esaminare almeno in parte passo passo.

 

Uno di questi è, per esempio, la denigrazione sistematica della Resistenza, una volta cessata la necessità del suo sfruttamento diplomatico al fine di ottenere una nuova credibilità nel mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale - come se non si trattasse, con tutte le sue contraddizioni e insufficienze, dell’unico avvenimento positivo della storia dell’Italia unitaria, assieme, forse, alla linea sul Piave nel ’17. Attraverso la denigrazione della Resistenza, si è pervenuti all’annichilimento dell’antifascismo e dei suoi sacrifici, come per esempio la deportazione di tanti, uomini e donne, che si opposero all’infamante regime. 

Così si finisce per andare a chiedere scusa agli ebrei per gaffe politiche compiute, per esempio, affermando imprudentemente la sostanziale mitezza del regime  mussoliniano. E gli ebrei si tengono le scuse, anche loro affogati nella giudaizzazione della Seconda Guerra Mondiale.

Voglio citare un incidente che mi è capitato alla Facoltà di Scienze Politiche della città di Roma, quando una studentessa ha detto che la strage di Marzabotto era stata una strage di ebrei …

Voglio ancora fare un esempio che non riguarda la Shoah per cercare di rendere chiara la situazione piuttosto abbietta nella quale ci veniamo a trovare. Si riferisce ai drammatici avvenimenti di Cefalonia dopo l’8 settembre 1943 nei quali la Divisione Acqui e altri reparti dell’esercito italiano combatterono una disperata battaglia contro le armate del Terzo Reich e vennero sottoposte a sterminio indiscriminato. Come forse molti ricorderanno, le sinistre e in particolare il Partito Comunista furono accusati per lunghi anni di avere volutamente oscurato la memoria di questo evento allo scopo di obliterare la componente patriottica, apartitica, e non classista per far emergere con maggiore spicco quelle di sinistra, soprattutto quella comunista. Nel settembre 2004 si è sviluppato un dibattito, al quale ha partecipato con grande forza e lucidità Mario Pirani, nel quale intellettuali di vaglia hanno tentato di coltivare una nuova malapianta, già precedentemente concimata e arata per lunghi anni: i soldati morti di Cefalonia avrebbero combattuto solo per tornarsene a casa, come tutto il resto dell’esercito italiano, e il loro ideale: “tutti a casa!” si infranse per la loro incapacità di percepire la dimensione  della schiacciante superiorità militare dell’ex alleato germanico. Questo evento insulare e secondario, triste ma anche miserabile, sarebbe stato abilmente gonfiato dai comunisti e dalle sinistre allo scopo di legittimare e enfatizzare, contro ogni evidenza storica, le vicende nel complesso assai poco rilevanti della Resistenza in Italia.

 

Alla giudaizzazione della II Guerra Mondiale concorrono anche  fenomeni commoventi come la personalizzazione del ricordo: mia mamma portò nella borsetta, finché morì, e non le faceva vedere a nessuno, le quindici fotografie  dei nostri morti ad Auschwitz. Per lunghi anni altre migliaia di italiani hanno pianto e ricordato i loro cari dispersi in Russia o periti nei bombardamenti, e oggi le foto di quei giovani di un tempo lontano  ingialliscono nei cassetti di chissà quanti canterani senza possedere la forza della protesta collettiva contro un regime che tanti lutti addusse all’Italia.

Invece lo sterminio degli ebrei e quello degli zingari, costituendo il crimine collettivo più eclatante, volontario, organizzato e spietato che la storia ricordi, ha finito per assurgere automaticamente a simbolo della incredibile  ferocia nazifascista, così come del resto Auschwitz è divenuto il simbolo di tutto lo sterminio, di cui invece fu solo una parte. Parlare di ebrei e di zingari vuol dunque dire parlare di tutti, ma questo è assai difficile da far capire, se si pensa che, mentre lo sterminio era in corso, gli uffici propaganda Alleati, e cioè americani, inglesi e sovietici, si guardavano bene dal dire ai propri soldati che essi rischiavano la vita per salvare ebrei e  zingari, visto che questo era proprio quel che insinuava  senza sosta ai soldati Alleati stessi proprio l’ufficio di propaganda nazista…

 

Ecco, sì, la giudaizzazione della II Guerra Mondiale costituisce anche una grande vittoria degli uffici di propaganda di Goebbels, se si pensa che, in tutte le scuole, dico in tutte, a Roma , dico a Roma, si pensa che le vittime delle Fosse Ardeatine siano stati gli ebrei e solo gli ebrei, e io invariabilmente rispondo: “Sono stati i romani, compresi i poveri carcerati comuni rastrellati a Regina Coeli …”, ma quando lo dico, mi si spezza il cuore, perché in realtà quei ragazzi sono le vittime inconsapevoli del sempre più rozzo e ambiguo modo di descrivere la II Guerra Mondiale perpetrato dai mezzi di informazione di massa.

 

 

 E mi si spezza il cuore quando, alla domanda di cui sopra in grassetto, rispondo che anche dei gas a Verdun si è parlato,  a suo tempo, a lungo e con intensità, senza che saltassero fuori mai gli Irving o i Faurisson  di allora a dire che  l’iprite e il gas mostarda altro non erano che un’invenzione. Lo dico con sofferenza  perché, e questa è un rivelazione che faccio per la prima volta, per sopravvivere mi fingevo che l’antisemitismo fosse finito, o molto attenuato, come sembrava vero alcuni anni fa, e invece il negazionismo e chi ci crede, o in qualche lo modo lo giustifica e comprende, palesano che il mostro è ancora vivo e mordace.

 

 

 

E voi, voi  ebrei, per parte vostra, che cosa avevate fatto?

 

Non molto tempo fa, ma certo prima dei tragici avvenimenti che stanno sconvolgendo il  mondo, in un’epoca che, secondo me, ormai è superata e nella quale cresceva, talvolta in modo perfino eccessivo, la coltivazione della memoria della Shoah, ebbi un incontro con gli studenti di un liceo classico autorevole di Roma.

Sono stato anch’io liceale, e quindi conosco bene, come malattia professionale di quel ramo di studi, la saccenteria.

Dopo un’ora e più di discorso da parte mia di analisi storico politica morale culturale psicologica eccetera di quell’impressionante fenomeno  che è lo sterminio degli ebrei nel XX secolo, uno studente più saccente degli altri, ma non necessariamente antisemita, invece di porre una domanda come avrebbe dovuto, espose la sua esile quanto errata teoria: “Gli ebrei sono stati sterminati perché detenevano i mezzi di produzione e i mezzi di informazione in Germania”. Risposi con tutta la prontezza che il malumore mi rendeva possibile se riteneva  che anche gli zingari fossero stati sterminati per gli stessi motivi.

 

È qui che diviene necessario parlare con efficacia della tragedia del XX secolo che consiste nell’avvento dei totalitarismi che portò per necessità interne all’annientamento dei popoli.

 

Ci sono voluti decenni per descrivere  il meccanismo di funzionamento dello sterminio e analizzarlo nella complessità straordinaria dei suoi dettagli ed è inutile, a questo proposito, che citi la sterminata bibliografia della quale  oggi possiamo fruire. Adesso siamo oramai nelle condizioni di affrontare una nuova impervia ricerca, sul “come” è stato possibile.

 

Esiste infatti un’incredibile quantità di “perché” i quali si sono assommati nel continente Europa nella prima metà del XX secolo, facendo sì che  un’impresa  apparentemente impossibile, oltre che abominevole e insensata, come lo sterminio dei popoli, potesse essere avviata e quasi portata a compimento, ai nostri giorni, ai miei giorni, di quando ero bambino.

 

Sul problema dello sterminio degli ebrei, e oggi, ma solo da relativamente poco, aggiungiamo, degli zingari, si sono cimentate da principio teorie, come quella marxista, ma non solo quella, che tentavano  di dimostrare  in pratica con un’unica causa l’origine dell’orribile strage. Abbandonate ormai da molto tempo queste teorie semplificatrici, che peraltro continuano a manifestare il loro ambiguo fascino, si è compreso che, come sempre nella storia, ci troviamo di fronte anche qui a un fenomeno dalle origini multifattoriali, che deve cioè essere affrontato, per essere compreso, tenendo conto del concorso di più elementi.

 

Nel descrivere i fattori che hanno portato alla possibilità di realizzare lo sterminio, io ho sempre istintivamente polemizzato contro coloro che ne parlano puramente e semplicemente come espressione del mondo moderno. Anche le armate giapponesi del Tenno erano meccanizzate, ma non credo costituissero un fenomeno  attinente alla modernità così come non lo è, ne sono convinto, Osama Bin Laden, che pure sa usare così bene i mezzi di informazione di massa. La storia dei genocidi è antica quanto l’uomo, ma va messo  in giusta evidenza un fatto fondamentale (che negli ultimi tempi io personalmente avevo sempre più trascurato), che è quello della parcellizzazione dell’organizzazione dello sterminio come condizione necessaria per la sua realizzazione, che deriva dalla struttura frammentata delle aziende manifatturiere nella prima metà del XX secolo. La parcellizzazione, che non riguardò solo lo sterminio, ma  l’intera organizzazione labirintica del Terzo Reich, è la causa fondamentale della deresponsabilizzazione che rese possibile l’ottundimento delle coscienze. E non solo, fu uno dei fattori principali che rese avverabile la realizzazione dello sterminio.

 

Accadde così che, alla stregua di quanto avviene in un organismo che perde le sue difese immunitarie e viene aggredito dai batteri, l’Europa, per una serie di circostanze  concatenate fra di loro, perse le sue difese di civiltà e divenne preda dei totalitarismi ossessivi e criminali.

 

La prima caduta l’abbiamo già accennata, ed è quella che derivò dall’avvento del totalitarismo, e in particolare dello Stato totalitario-azienda, che distingue in modo precipuo il nazismo da tutte le altre dittature. Altro tema da discutere questo, perché invece adesso si tende forse un po’ troppo a generalizzare, finendo col pronunciare  condanne generiche, moralistiche  e poco ragionate che non servono a comprendere i fenomeni e le loro intrinseche diversità. Citando Todorov: “Lo sterminio degli ebrei finì con il divenire, per i nazisti, un fine in sé; l’oppressione sovietica nei confronti degli oppositori ebbe invece carattere strumentale”, faccio presente, incidentalmente, che gli sgozzamenti di Bagdad e il terrorismo suicida di radice islamica integralista sono quanto di più simile abbiamo visto dopo la II Guerra Mondiale, al nazismo: la somministrazione della morte come appagamento in sé.

 

In questa crisi dell’umanità senza paragoni che si sviluppò dal 1914 al 1945 venne a mancare la polizia delle anime che  era stata esercitata nei secoli, pur fra molte contraddizioni, dalla Chiesa cattolica e poi anche dalle Chiese protestanti. Si tende però normalmente a denunciare le colpe delle Chiese cristiane senza ricercarne le cause remote e profonde che le hanno rese possibili. Certo, fu l’antiebraismo millenario, e il terrore del comunismo, a disarmare e rendere ciechi di fronte al crimine i preti, poliziotti delle anime, ma non basta dirlo e bisognerebbe anche capire la crisi profonda che aveva deformato le Chiese dopo la Rivoluzione Francese, rendendole incapaci perfino di quella magnanimità  seppur relativa che avevano saputo dimostrare negli anni più bui del Medioevo. E occorre insistere sul fatto che, se fosse accorsa sul campo l’antiomicidi della Chiesa, nulla o quasi sarebbe probabilmente accaduto. La  riprova di ciò   è la Chiesa ortodossa bulgara che, con il suo intervento, contribuì a stroncare ogni tentativo di deportare gli ebrei, senza nessuna  di quelle conseguenze di martirologio sacerdotale che vengono fabulate dagli attuali difensori del silenzio  della Chiesa cattolica. Del resto la stessa Chiesa cattolica, assieme a quella luterana, riuscì, con una violenta polemica, a interrompere lo sterminio delle “bocche inutili”, cioè degli handicappati tedeschi. E non va dimenticato l’aiuto che le strutture cattoliche  diedero agli ebrei di molti paesi e che portò alla salvezza di così tante persone, anche se non va enfatizzato con l’obiettivo di coprire ogni carenza politica

 

Vorrei ricordare che quella Chiesa cattolica che tacque fino al 1945 per paura di rappresaglie o conseguenze ancor più orribili sulle povere vittime, combatté poi impavidamente contro il regime totalitario comunista in Russia e in Cina, e nell’Europa orientale, sbattendosene, scusate la volgarità ma questa è la parola, di quel che poteva accadere  ai martiri di quella che loro definivano “la chiesa del silenzio”. L’attuale campagna per la difesa della dignità umana degli embrioni  surgelati acquista connotazioni lugubri se confrontata con il totale silenzio delle autorità ecclesiastiche nei confronti della deportazione  dei bambini. Dei bambini ebrei romani del 16 ottobre 1943, per esempio, uno dei quali, è giusto ricordarlo, ebbe la sventura di nascere già deportato e morì quindi senza nome, ma forse col numero, nella camera a gas.  In questo abisso era caduta quella chiesa che secoli prima  aveva saputo fermare Attila. Si deve tener conto di ciò se si vuol comprendere  il pericolo che corse l’umanità in quei terribili anni, nei quali la Chiesa sapeva. Del resto, se si vogliono aggiungere, com’è giusto, altre responsabilità, sappiamo che purtroppo americani, russi e inglesi tacquero sulle deportazioni di fronte alle quali appare piuttosto miope perfino la Resistenza. E lo dico io, che debbo la mia personale sopravvivenza alle bande partigiane (oltre che ai preti).

 

L’Europa che aveva conquistato il mondo nel XIX secolo, dopo la strage del ’14-18 - la guerra che rese pensabili e anzi realizzò i primi omicidi di massa del XX secolo - si dedicò con puntiglio, con lo stesso puntiglio che aveva dimostrato nel conquistare i continenti con le guerre coloniali, a impadronirsi di un nuovo vastissimo territorio: il mondo delle individualità, quello delle coscienze. E fu qui che appunto caddero quasi di schianto le difese immunitarie più importanti, perché la coscienza personale, per millenni gestita dalla Chiesa, era stata un portato assai recente del nuovo modo borghese di vedere il mondo e aveva visto il suo inizio solo nell’Inghilterra del XVII secolo. Crollata la difesa della neonata individualità  e chiusa nelle proprie caverne medievali la polizia delle anime cristiana, l’incredibile, come ripetevano appunto i nazisti, diventò possibile e le vittime predestinate, come era avvenuto durante la creazione degli imperi coloniali, erano i  più deboli: questa volta  gli ebrei e gli zingari, diversissimi fra di loro, ma accomunati, oltre che dalla loro estrema vulnerabilità, da una tradizionale cultura identitaria infrangibile. La vergogna divenne così il destino dei popoli dell’Europa, non solo della Germania, e  la morte quello dei due piccoli popoli inermi.

 

Non parlo infine  di un aspetto che mi imbarazza molto, ma che dopotutto è forse irrilevante perché oggetto ormai di ben poche domande, che è quello del parallelismo fasullo fra israeliani-nazisti e palestinesi-ebrei. Non ne parlo perché la sua estrema rozzezza lo ha rapidamente condannato, e oggi non mi accade quasi più di dover rispondere a domande di questo tipo.

 

Passo subito perciò in breve a cosa debba essere fatto per sollecitare il ricordo di quegli anni così lontani e diversi da questi in cui viviamo. Deve essere esattamente fatto, e io lo faccio, qualcosa di assai simile al Treno della Memoria, che rappresenta la sublimazione artistica della trasmissione del ricordo.  L’uso della stazione ferroviaria, dei lugubri carri bestiame è straordinariamente evocativo, aiutato dal grande livello artistico dell’interprete che guida i ragazzi in quell’inferno ferroviario. Ho visto che, quando si chiude con fragore la porta scorrevole del vagone bestiame, tutti sussultano: è l’emozione che crea il pensiero, dice  il grande filosofo e scienziato della mente  Antonio Damasio. E lo stesso procedimento del Treno della Memoria è usato alla grande nel Museo ebraico di Berlino, capolavoro di Liebeskind, quel cupo palazzo di zinco in cui nulla è regolare, nulla funziona come dovrebbe,  e il disagio cresce, cresce fino a quando il visitatore smarrito si trova anche lì sprangato con il fragore di una porta di ferro nel gelo di un pozzo senza fondo.

 

Sono convinto, proprio per la mia esperienza, che solo l’arte riesca, assieme  alla religione, a vincere  lo spazio e il tempo, ed è per questo che oggi, ai ragazzi grandi, faccio sentire Shostakovic, che cantò, come un monumento, la strage nazista di Babj Jar e fu, lui non ebreo, così vicino al popolo ebraico da assumerne  la cultura per la propria espressione artistica, tragica e umoristica a un tempo.

 

Adesso sto preparando un’ora sul “Sopravvissuto di Varsavia” di Arnold Schoenberg, che consiste nel far ascoltare i cinque minuti in tutto della difficile composizione del musicista dodecafonico con narrante e coro in tre lingue, inglese tedesco ebraico, spiegarne pianamente per una mezz’ora i significati, da quelli musicali al Ghetto di Varsavia, alla preghiera ebraica dello Shema’ Israel, e fare riascoltare  infine la brevissima e apparentemente inaccessibile composizione quando ormai tutto può essere compreso da tutti.

 

Solo l’arte può salvare la memoria.