articoli

 La violenza ottunde le coscienze
di giorgio gomel
(Confronti, aprile 2002)

Ogni giorno ci giungono, angosciose, notizie da Israele e dalla Palestina: lo stillicidio quotidiano di morte e di lutti, le storie che i giornali raccontano e che, al di là della cruda conta delle vittime,  narrano  di gente segnata per la vita dalla guerra e dagli attentati, resa invalida,  costretta a lunghe terapie di riabilitazione e una esistenza di sofferenze. Ma la stessa violenza alimenta sentimenti viscerali. In guerra si fa una scelta di campo a favore della propria parte, della propria tribù. Per me, come ebreo, la tribù è il popolo ebraico e lo stato di Israele. Oggi il diritto di Israele a esistere come nazione “normale”, come stato accettato nella sua integrità e sicurezza nel Medio Oriente, è messo in forse.Lo è nei fatti, per il pericolo che incombe sulla  vita dei suoi abitanti sotto l’azione folle dei terroristi suicidi; lo è per il senso di insicurezza che questa condizione infonde in loro, l’angoscia di un Israele forte ma anche debole, occupante ma anche assediato, 5 milioni di ebrei in un immenso mare di arabi e di mussulmani. Ma le sofferenze della propria gente tendono a ottundere la sensibilità  alle sofferenze degli altri; impediscono in molti israeliani ed ebrei la comprensione e compassione per i palestinesi, per i loro diritti negati di popolo. Dei palestinesi si vede solo la minaccia terroristica, il nemico ingrato e irriducibile. Non si distingue fra un popolo intero e i mandanti o  manovali del terrore. Un meccanismo analogo agisce tra i palestinesi. Così nell’uno e nell’altro campo è la difesa sciovinistica delle proprie ragioni a dettare legge. Eppure il grande passo degli accordi di Oslo del 1993 era stato quello del riconoscimento reciproco dei diritti. I diritti degli uni erano lo specchio di quelli degli altri, potevano realizzarsi solo nel rispetto di quelli degli altri : il diritto alla pace e alla sicurezza per Israele, il diritto a uno stato indipendente degno di questo nome per i palestinesi.

Occorre tornare a quella presa di coscienza, pena la devastazione di violenze e sofferenze ulteriori. I presupposti ci sono, ancorché la strada sia oggi molto ardua.

 Ce li offrono, per esempio,  i documenti e le azioni comuni  della Israel-Palestinian Peace Coalition  (fondata da israeliani e palestinesi  nel luglio 2001)  che esortano alla cessazione delle violenze e alla ripresa delle trattative, sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite e dei negoziati di Taba di oltre un anno fa.  I movimenti israeliani che fanno parte di quella Coalition  (Peace Now, Meretz, la sinistra laburista, tante associazioni per i diritti umani) stanno organizzando una grande manifestazione per la pace l’11 maggio.  Ci chiedono di fare la stessa cosa qui in Italia, come in altri  paesi d’Europa,  in un atto di solidarietà e sostegno fattivo.

Infine, gli ebrei della Diaspora. Vi è un dibattito serrato, come fu all’epoca della guerra del Libano o della prima intifada. Non è facile liberarsi della falsa idea che lottare  in difesa di Israele esiga il sostegno acritico alle scelte dei suoi governi. In molti ebrei vi è un istinto a guardare dall’altra parte, a negare a se stessi che Israele sia colpevole di errori, di violazioni dei diritti umani;  questa posizione è figlia di una storia di persecuzioni e di violenze inferte a noi ebrei che, come osserva A.B. Yehoshua, ci dà inconsapevolmente un senso di “immunità” morale in quanto vittime o eredi di vittime. Ciò si rafforza quando, come oggi, si avverte un senso di isolamento e di angoscia crescente. Nel  rapporto con Israele dobbiamo invece unire critica e rassicurazione : critica delle scelte che riteniamo sbagliate e sostegno alle forze che lottano per una soluzione alternativa di pace.  Noi ebrei dobbiamo reagire, non cedere al sentirci dispersi, quasi fossimo da soli a lottare contro il male dell’antisemitismo. Ma perché  non  si restringano ancora gli spazi del dialogo la sinistra, il mondo cattolico,  quello arabo-mussulmano ci devono essere vicini, devono riconoscere ed eliminare dal proprio corpo gli elementi di antiebraismo nella polemica contro le azioni di Israele.