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Mahmoud Abbas: la politica al primo posto
di Fernando Liuzzi
(RINASCITA, gennaio 2005)

Adesso che ha vinto, che cosa farà Mahmoud Abbas? All’indomani dell’elezione a suffragio popolare del nuovo presidente dell’Autorità nazionale palestinese, questo è ciò che tutti vorrebbero sapere. Per uscire dal generico, tale domanda può essere così esplicitatata: “In che cosa Mahmoud Abbas, alias Abu Mazen, vorrà e potrà differenziare la propria iniziativa politica da quella di Yasser Arafat, alias Abu Ammar?”
E’ indubbio che tutta la campagna elettorale di Abbas sia stata condotta, sul piano dell’immagine, nel solco di una netta continuità con Arafat. Manifesti che portano affiancati i nomi e i volti dei due leader. O affermazioni del tipo: “Arafat è vivo e io cammino sulle sue orme”.
Non penso che questi siano tentativi insinceri così come non penso che vadano presi alla lettera. La cifra dell’azione politica fin qui condotta da Abbas è il pragmatismo. Il senso della sua campagna elettorale è così riassumibile: “Io, e solo io, sono il continuatore dell’azione politica intrapresa, tanti anni fa, da Yasser Arafat. Io la porterò avanti, fino al suo compimento. Lo farò, peraltro, nelle condizioni oggi date.”
Per capire quali pensieri si agitano dietro alla maschera accigliata di Mahmoud Abbas, numerosi giornali hanno tentato la via della ricostruzione biografica. Per anni e anni, Abu Mazen è stato, o almeno è apparso essere, il più fedele compagno d’armi di Abu Ammar. Ha lavorato per lui e con lui, a partire da incarichi spesso defilati, ma sempre più importanti. Di particolare rilievo il ruolo svolto, come responsabile del Dipartimento internazionale dell’Olp, nel negoziato segreto che approdò, nel 1993, agli accordi di Oslo fra israeliani e palestinesi, quegli stessi che portarono alla creazione dell’attuale Anp e permisero ai due esuli di rimettere piede in Cisgiordania.
Una distanza tra Arafat e Abbas ha cominciato a delinearsi, ed è poi cresciuta fino a trasformarsi in rottura, solo in tempi assai più recenti. Il punto di scontro è stato quello di come reagire al fallimento della seconda fase dei negoziati israelo-palestinesi, quella arenatasi a Camp David nell’estate del 2000.
Non è qui il caso di riaprire la discussione su un quesito sin troppo frequentato: Arafat avrebbe dovuto accettare le ultime proposte di Barak o fece bene a far saltare il tavolo con i suoi sostanziali rifiuti? La vera frattura, nel gruppo dirigente di Al Fatah, si creò infatti rispetto alla mossa successiva. Tutti pensavano, probabilmente, che si trattasse di esercitare nuove pressioni, direttamente su Israele e indirettamente sugli Stati Uniti, per ottenere condizioni migliori di quelle offerte dal laburista Barak. Il problema era: che tipo di pressioni?
La prima Intifada, quella iniziata alla fine del 1987, fu una rivolta popolare, spontanea, fatta in gran parte di sassaiole e di scontri a viso aperto. Alle sassate gli israeliani risposero con le bastonate. Sempre colpi duri, ovviamente, ma via via meno cruenti degli agguati e dei conflitti a fuoco che avevano segnato i decenni precedenti. Si può quasi dire, infatti, che picchiandosi, anche se fino ad ammazzarsi di botte, israeliani e palestinesi cominciarono a capirsi. Ovvero a capire che stava a loro trovare un percorso che portasse alla costruzione di un’accettabile convivenza in un territorio necessariamente ristretto. La seconda Intifada, quella scattata nell’autunno 2000, ha invece assunto rapidamente i contorni di una guerriglia di tipo nuovo, dominata dalla figura del jahid, il terrorista suicida che fa strage di civili inermi. Guerriglia cui Israele ha reagito non solo indurendo la repressione nei territori occupati, ma riportando al potere la destra guidata dal nazionalista Sharon.
Con la seconda Intifada, insomma, tutto il quadro dei rapporti israelo-palestinesi è regredito. Ed è qui che Abbas ha maturato il suo dissenso. Lui è stato infatti il primo dirigente palestinese che ha avuto il coraggio di dire che la ripresa della lotta armata costituiva una scelta negativa. Negativa, innanzitutto, per il popolo palestinese, perché riportava il “confronto” ai suoi termini militari, ovvero su quel terreno in cui Israele è più forte. Ma negativa, anche se Abbas questo non l’ha detto, perché nella nuova fase dello scontro, impersonata da un ex generale in giacca e cravatta come Sharon e da un Arafat che tendeva a indossare di nuovo i panni verde oliva del guerrigliero Abu Ammar, la vera vittima era la dimensione politica del rapporto, comunque conflittuale, fra israeliani e palestinesi.
Conclusione. Sbaglia chi crede che Mahmoud Abbas sia, nel senso generico del termine, un moderato. La base negoziale da cui intende ripartire per riaprire una trattativa con gli israeliani è probabilmente, e starei per dire necessariamente, la stessa che gli ha lasciato in eredità il vecchio Yasser. Ma Abbas cercherà di conseguire il massimo risultato possibile mantenendosi su un terreno politico-diplomatico. Il che non significa che lui immagini di poter fare a meno del protagonismo dei militanti palestinesi. Ma, al contrario, che vorrà indirizzare tale protagonismo lungo i sentieri, certo stretti, della politica invece di spingerlo verso la rovinosa china del terrorismo stragista. Se capisco bene, con Mahmoud Abbas la politica tornerà al primo posto.