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Come ho vissuto la storia della memoria della Shoah
di   Aldo Zargani
(febbraio 2004)

La memoria della Shoah è incominciata per me una ben triste sera della fine di gennaio del 1945, quando avevo 11 anni. Era  di domenica probabilmente,  allorché con mio papà e mia mamma ascoltammo la radiocronaca sovietica  della liberazione del campo, avvenuta infatti il precedente sabato 27 gennaio, sì, proprio il giorno adesso dedicato ogni anno in Europa alla memoria del genocidio nazista degli ebrei e degli zingari.

Nel campo della storia della memoria non sono che un testimone, fra l’altro per niente  imparziale, e forse in questo strano settore di storia di un ricordo deve ancora iniziare  l’opera degli specialisti, accanto a quella dei filosofi che definiscono la memoria “il presente di ciò che è accaduto”.

In  quel freddo inverno sulle montagne partigiane del Piemonte, la terribile trasmissione russa lasciò subito ben poche speranze circa le possibilità di sopravvivenza dei nostri cari che erano stati deportati. Poche speranze e non però nessuna, in quanto in quel tempo lontano regnava la più completa incertezza sul destino dei deportati, e quindi si poteva ancora pensare che qualche raro sopravvissuto, come poi infatti avvenne, sarebbe potuto ricomparire.

Oggi, al contrario,  sappiamo tutto di ciò che è accaduto nelle cupe distese dell’Est europeo, ma nel febbraio 1945 si aveva solo la testimonianza di un enorme campo colmo di cadaveri insepolti - dove si aggirava  qualche cadavere vivente - scoperto per caso nella Slesia orientale dalle avanguardie della Sessantesima Armata del Primo Fronte Ucraino.

Si sa  del resto che, durante tutta l’epoca delle persecuzioni, nulla di preciso traspariva delle intenzioni criminali degli sterminatori, ma si dovrebbe sapere però che, da mille indizi, chiunque poteva arguire che qualcosa di terribile si stava verificando. Sotto quest’aspetto dunque anche la rivelazione di Radio Mosca si inseriva in un percorso di angoscia già iniziato per noi almeno da quasi due anni, dai funesti ultimi mesi del 1943.

Sulla Shoah non mi soffermerò se non per ricordare due elementi che avrebbero in seguito influito sul tragitto sessantennale  della memoria collettiva. Questi due elementi sono forse riconducibili a uno solo, che cioè i nazisti, nel perpetrare in tutta Europa il loro crimine, lo facevano scientemente in modo differenziato, palese nei paesi dove l’antisemitismo era virulento e gli ebrei poco assimilati, nacht und nebel, di notte e con la nebbia invece, secondo la loro stessa definizione, nei paesi occidentali meno antisemiti, Germania compresa, sì, dove gli ebrei erano divenuti ormai identici agli altri cittadini e l’antisemitismo, pur presente, non consentiva  ai criminali le loro  esplicite ferocie di strada per il timore di suscitare indesiderate reazioni negative da parte della popolazione. Cosicché, fra noi ebrei italiani, all’inizio delle persecuzioni, venne a radicarsi perfino l’erronea convinzione che i nazisti si fossero comportati in modo più spietato con gli ebrei dei paesi “incivili” dell’Est di quanto, nella disgraziata ipotesi che arrivassero, che fra l’altro neppure si poneva fino all’8 settembre, non si preparassero a fare  con noi,  sempre ebrei sì, ma abitanti  in paesi di antica civiltà nei quali il mattatoio dell’Est era, che diamine!, impensabile.   Pare impossibile, ma questa consolatoria leggenda  -  che non fu smentita lì per lì  neppure dagli  allucinanti episodi della razzia del Ghetto  di Roma o della strage del Lago Maggiore - unita al rigoroso segreto con cui di norma fu perpetrata la strage organizzata, è la radice velenosa concepita dal nazismo, forse già allo scopo di far crescere in futuro la mala pianta del negazionismo. Avevo detto inizialmente che i fattori erano due: l’altro, che è anch’esso una conseguenza del sistema “Nacht und nebel”, è che i nostri non risultarono uccisi, semplicemente sparirono, uno per uno o per famiglie, durante il ’43 e il ’44, senza dare più notizie di sé dall’istante stesso in cui erano stati “presi”(come si diceva nell’angoscia di quei giorni). Esattamente come avviene per lunghi mesi, o anni, per le vittime della malavita organizzata rapite a scopo di estorsione, molte delle quali, sparite per sempre e subito  nelle loro fosse, vengono sperate vive per tempi lunghissimi. I nostri dunque erano persone sparite già uno o due anni prima della Liberazione, delle quali si temeva, si temeva soltanto, soltanto anche se molto, la morte. Una morte quasi certa man mano che il tempo passava, quasi certa appunto, ma non del tutto, né provata, come non lo è neppure oggi a sessant’anni di distanza per la straordinaria accuratezza dei nazisti nel ridurre in cenere, quanto possibile, le  prove della loro abiezione. E per la gioia dei negazionisti. Gioia forse non del tutto giustificata se si riflette sul fatto che la sparizione di massa senza sepoltura di così tante persone, è forse anch’essa all’origine della loro eternità fantasmatica che contribuisce a rendere così difficile l’oblio.

Ne “il libro della memoria”, ed. Mursia, curato da Liliana Picciotto Fargion per il Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, i deportati italiani hanno ovviamente la data di nascita, ma non quella di morte. La loro vita finisce col numero del treno che li ha deportati.

Così, con la liberazione del Nord Italia il 25 aprile 1945, e con la fine della guerra in Europa l’8 maggio successivo, vennero alla luce, fra l’orrore del mondo, solo alcuni segni  di quel crimine, ma ci sarebbero voluti lunghi anni perché si potessero analizzare, indagare e finalmente descrivere con relativa esattezza le dimensioni e le modalità con cui era stato perpetrato scientificamente lo sterminio. Decenni quindi di rivelazioni successive.

Ci troviamo dunque, già nei primi mesi del 1945, all’inizio della storia della memoria della Shoah. È una situazione nella quale il raccapriccio comune a tutti si materializza  alla vista dei reportage fotografici e dei documentari subito realizzati dagli Alleati sui campi di sterminio, scoperti un po’ dovunque, che cominciavano a dimostrare che ci si trovava davanti a un arcipelago ancora tutto da esplorare, a un sistema tanto complesso quanto efferato, determinato a un tempo da cupa premeditazione e da spietata capacità organizzativa.

Ricordo di quell’epoca le fotografie esposte nelle vetrine dei quotidiani sotto i portici di via Roma a Torino, e la folla che si accalcava sgomenta per vedere, vedere, vedere…

 I particolari mancavano ovviamente sia agli ebrei che ai non ebrei, che guardavano sbigottiti, per la prima volta, quei grovigli di corpi bianchi, bianchi di morte, nelle cataste abbandonate. Quelle immagini, attraverso una progressiva stereotipia,  sarebbero ritornate, per sessant’anni, divenendo l’elemento cogente della memoria del continente Europa, così come lo sono oggi per la Cambogia le piramidi di teschi degli assassinati da Pol Pott.

Ma già cominciavano ad affacciarsi, allora o pochi  mesi dopo, i primi timidi tentativi di negazionismo. Così ricordo di aver letto,  su di un giornale di estrema destra subito reso legittimo dalla nostra neonata democrazia, che quelle montagne di cadaveri altro non erano che un falso americano e che i morti erano in realtà gente uccisa dagli americani stessi nei loro bombardamenti… In questo modo, già al suo nascere, la memoria incontrava subito le sue prime contestazioni, e, di conseguenza, le polemiche e gli scandali.

 Ma presto, di lì a 9 anni, sarebbe nata la televisione, che avrebbe censurato la nudità dei corpi, relegandola, a disposizione dei necrofili,  ai negozi pornografici della 48° strada di New York, che ho visto di persona alcuni anni fa. Censurato lo sconcio, la televisione avrebbe coattivamente ripetuto all’infinito immagini di quei campi. Dalla sua infanzia fino alla maturità, lo spettatore spesso ignaro vede, quasi ogni sera, sullo schermo  della sua TV avvicinarsi, fra reti di filo spinato, una colonna di bambini accompagnati da rudi soldati sovietici in colbacco, infermiere e, incredibilmente, suore. I  bambini, quando sono vicini all’obbiettivo, cioè allo sguardo dello spettatore distratto e seduto nel suo salotto, si scoprono, tutti assieme, il braccino sinistro per far vedere un numero misterioso tatuato sulle loro tenere carni. È comprensibile, o no, che di fronte a quest’incubo subliminale perennemente ripetuto ma mai realmente spiegato, lo spettatore  un giorno o l’altro voglia affacciarsi con la sua mente individuale alla memoria collettiva?

Ma gli ebrei in particolare, noi ebrei, noi ebrei italiani, noi sopravvissuti, che cosa pensavamo? Che cosa facevamo?

Vivevamo, e questo sembrava bastarci, in quei primi mesi. Sì, eravamo contenti di essere vivi. Eravamo ricolmi  di quella stessa incolpevole letizia della famiglia Samsa, quando, dopo la morte del povero Gregor trasformato in insetto, sale su un  tram della Praga di Kafka per una gita spensierata fino al capolinea. Eravamo anche assai impegnati nell’impresa di rientrare nella realtà di tutti i giorni, tornavamo a scuola, nei luoghi di lavoro, dove sembrava che nulla fosse accaduto nel frattempo, nulla di nulla dal 1938 al 1945.  Salvo la nostra non percepita assenza.

Ma, accanto allo stento ricominciare della vita di tutti i giorni, continuava la nostra pena della ricerca dei nostri scomparsi: andando ai treni nei primi tempi, leggendo poi lunghi elenchi di persone rintracciate, affissi nelle bacheche delle Comunità Israelitiche di allora.  Chiedevamo con petulanza notizie ai pochi reduci e poche ne avevamo  da loro, (e anche  da alcuni truffatori non ebrei che testimoniavano, per accattar  denaro, la sopravvivenza immaginaria di questo o quello scomparso. Sì, anche questo è avvenuto, ad aumentare l’incredibile confusione di quell’estate che, spegnendosi, cominciava  a portare via con sé ogni residua speranza,) ma accresceva lo stuolo dei fantasmi. Difatti, nel frattempo, cominciavano nuove leggende, per esempio quella di qualcuno che, immemore, si era perduto nelle steppe asiatiche, dalle quali forse un giorno, rinsavito, sarebbe tornato. Non era stato scritto “La tregua” e neanche ancora “Se questo è un uomo” e il campo di Auschwitz che, nella nostra mente, situiamo ancor oggi a una lontananza astrale - benché in realtà sia raggiungibile con poche ore di auto su ottime strade, quasi alla periferia della bellissima Cracovia - a quell’epoca era veramente lontano, avulso dalla nostra percezione. Il mondo della luna, l’aldilà appunto, quello dei morti. Per questo si è man mano rafforzato negli anni come unico simbolo di una strage  vastissima e di grande complessità.

Ho letto di una beffa atroce giocata dal ricordo e dagli affetti, dopo la guerra 15-18, all’epoca dei “Parchi della Rimembranza” e dei monumenti al Milite Ignoto, quando, siccome molti, mogli e genitori, non accettavano la morte  al fronte  dei loro ragazzi, allora ne comparvero i fantasmi che si presentarono in fila per tre   ai colloqui dello spiritismo, che così tanto si diffusero negli anni Venti per colmare appunto vuoti incolmabili. È  possibile che la storia della memoria della Shoah sia, su un piano forse solo in apparenza più razionale, più simile di quanto non si creda a quella lontanissima epidemia di richiami dall’aldilà, medium e tavolini traballanti. Si vuol sapere anche ora, a sessant’anni di distanza, da chi come me allora c’era, com’era quel mondo di spettri in bianco e nero con i numeri tatuati sui braccini dei bambini.

Nel 1946 cominciavano a essere percepiti, soprattutto finito l’inverno, i primi fievoli segni di ripresa economica e sociale e, per i non ebrei, era rapidamente passato, o sembrava, il colpo brutale di quelle immagini dell’anno prima. Molti erano i lutti anche degli italiani, del resto. Non si era ripetuta la carneficina della Prima Guerra Mondiale, questo no, ma perché, perché così poco si sapeva dei soldati italiani prigionieri in Russia? Le città erano devastate, molti e non contati i morti nei bombardamenti, e tutto questo congiurava, senza colpa di nessuno, s’intende, senza responsabilità, a inserire lo sterminio degli ebrei come una, una qualunque, fra le tante crudeltà della guerra appena passata. Già nel ’46 dunque stava nascendo un impedimento,  anche se forse non sempre colpevole, che minimizzava la Shoah anche per quelli che non la negavano. Perché anche cominciava a rendersi indispensabile l’oblio, il balsamo dell’oblio. Per ricominciare la vita.

Oggi invece, la proliferazione dei giorni della memoria, la “memoria condivisa da tutti gli italiani”, i musei a tutti i crimini del mondo, l’equiparazione di Auschwitz a Hiroshima o Dresda e mille altre iniziative vecchie e nuove di questo tipo, sembrano avere lo scopo meditato di annullare la memoria fingendo di perpetuarla.

In contrasto con queste  incipienti e premature  obsolescenze ci furono il processo di Norimberga, è vero, e poi nel  ‘47 la definizione dell’ONU del crimine di genocidio, e nel ’48 la dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ma nel ’46 le forze dell’oblio nonostante tutto cominciavano a prendere il loro posto nelle menti della maggioranza.

Del processo di Norimberga ho accennato. Va aggiunto però che, contrariamente a quel che si pensa oggi, si occupò relativamente poco degli ebrei, e non poteva fare altrimenti, perché, vertendo esclusivamente  sui crimini compiuti durante la guerra, non poteva che praticamente ignorare l’aggravante della  lunga premeditazione nazista dal 1933  fino al 1939. Della conferenza di Wansee del 1942 che decise lo sterminio e le sue modalità nulla probabilmente si sapeva, stava ancora, quella rivelazione,  nella penna degli storici di un lontano futuro, assieme a quella del discorso di Himmler a Poznan ai Gauleiter nazisti del 1944 che asseriva fra l’altro la necessità dello sterminio e del segreto sullo sterminio. Ma per fortuna il processo di Norimberga, con tutti i suoi limiti, fu la causa dell’istruzione di altre migliaia di inchieste dalle quali  si concretizzarono processi, sentenze spesso miti o  perfino  di assoluzione, ma documenti, documenti, documenti…

Ecco: documenti. E gli ebrei si misero a raccoglierli perché fossero a disposizione di tutti quando fossero stati  richiesti. E nacquero i Centri di Documentazione Ebraica Contemporanea come quello italiano per rispondere alla domanda crescente di prove.

Nei tardi anni Quaranta l’Europa non c’era ancora, o meglio già c’era, ma si limitava  a emettere i suoi primi vagiti di neonata. Gli ebrei italiani erano stati  solo 45.000 nel 1938, l’un per mille della popolazione italiana, ne erano poi  spariti quasi diecimila nei campi, altrettanti erano emigrati per sempre, e molti si erano battezzati, rincorrendo l’illusione di  abbandonare e far dimenticare la propria eredità culturale. Si trattava quindi ormai di ben poche persone in poche grandi città: Roma, Torino e Milano soprattutto, Venezia e Firenze. E nell’immenso meridione d’Italia a Sud di Roma non c’erano di fatto più ebrei dal XV, XVI secolo e colà la guerra in definitiva era stata un sussulto, sia pur ferocissimo, di poche settimane o addirittura pochi giorni. (Certo, i nazisti non avevano mancato di far sentire, anche in pochi giorni di permanenza in quei luoghi, le tristi caratteristiche della loro così peculiare e indimenticabile mentalità. Ho appreso adesso (febbraio 2004!) che, nel settembre del 1943, a Barletta in Puglia fucilarono tutti i vigili urbani, 11, e, siccome mancava una persona in divisa alla loro dissennata rappresaglia, aggiunsero un netturbino… )

Perché dunque adesso un incremento vistoso delle memorie della Shoah comincia a  verificarsi anche  nel Meridione d’Italia? Non credo basti a spiegarlo il burocratismo e l’istituzione della data ufficiale del 27 gennaio. C’è forse, in questa richiesta di partecipazione un’ansia nuova di presenza resa più potente dall’esistenza di un’Europa sia pure imperfettamente unita?

È probabile che nel ’47, ’48, la memoria della Shoah anche in Italia sia stata ravvivata dalla guerra d’indipendenza di Israele, sia cioè già successo allora quel fenomeno di eco dal Medio Oriente che sembra riverberarsi tutt’oggi.

Ma credo che molta influenza abbia avuto sul ricordo e sul suo primo rafforzarsi anche  il crescere della consapevolezza che fenomeni di dimensioni relativamente modeste da noi avevano avuto invece nel resto dell’Europa una portata  mostruosa anche in assoluto.

Scarsissimo però rimaneva, e colpevolmente, il collegamento tra le  leggi razziali del 1938 e la strage, perché prendeva piede in Italia la tenace leggenda della inconsistenza delle leggi fasciste fatte per compiacere Hitler, ma prive di reale contenuto e di fatto non applicate. Solo l’opera di storici del futuro, come Michele Sarfatti, avrebbe individuato la macchia  dell’antisemitismo presente anche nel fascismo delle origini - e della quale il 1938 fu a un tempo la conseguenza e la premessa - che sarebbe sfociata inevitabilmente anche in Italia nella strage organizzata. Per questi indispensabili sviluppi di conoscenza storica, ci troviamo ormai in anni assai recenti, successivi al 1980, ma non credo azzardato il pensare che l’insorgere della sorda coscienza di quella responsabilità tutta italiana abbia contribuito anch’esso al primo diffondersi della  memoria della Shoah nel nostro Paese.

C’era un tipo particolare di ebreo che si aggirava nelle Comunità ebraiche del lungo dopoguerra: il reduce dai campi. Si trattava di poche persone provate, inquiete e perennemente scontente, e quasi sempre giustamente, per il trattamento che veniva loro riservato nonostante la pietà che suscitavano. Soprattutto agli inizi di questa storia della memoria, non risultavano sempre particolarmente gradite alle Comunità, costrette in molti casi a  sovvenire alle loro necessità impellenti.  I reduci dai campi da principio non si reinserirono affatto bene nelle Comunità e tanto meno in Israele. Oggi questa incresciosa situazione è ovviamente dimenticata, ma rimane da chiedersi il  perché di quell’iniziale incomprensione.

Innanzitutto, al di là di ogni retorica di maniera, essi costituivano il simbolo vivente e petulante per gli ebrei, quanto lo erano gli ebrei per gli altri,  di una catastrofe impossibile da dimenticare ma il cui ricordo lacerava le anime. Poi, nei primi tempi, non erano esaurienti nei loro racconti e la loro contraddittorietà accresceva l’angoscia, perché il sistema di distruzione dell’uomo che era stato congegnato per la prima volta nella storia non era ancora stato spiegato. Non capivano, o non capivano del tutto, o capivano e non riuscivano a spiegare, ma nello stesso tempo erano loro i testimoni veri dell’ultimo orrore. Molti di essi non parlarono per anni, o per decenni, e si risolsero a farlo non solo quando ne presero la forza all’interno del loro animo, ma soprattutto  dopo che  storici, scienziati e Primo Levi avevano finalmente spiegato anche a loro quel che gli era successo, sconfiggendo la loro afasia.

Prima ancora, nell’immediato dopoguerra, quando le nostre inchieste personali vertevano soltanto  su ciò che era accaduto ai nostri congiunti scomparsi, le loro risposte erano troppo spesso incomprensibili e incrementavano l’angoscia: non avevano mai visto nessuno di loro, non sapevano mai che fine avessero fatto. Oggi noi sappiamo che quasi tutti i nostri deportati ad Auschwitz sono stati immediatamente uccisi all’arrivo di ogni treno, ma allora l’evasività delle loro risposte ampliava il sospetto. Il sospetto, sì, non tanto perché non sapevano nulla di nessuno, quanto perché invece loro erano sopravvissuti, e non sempre si poteva capire perché. Spesso non lo sapevano nemmeno loro. Certo, Caimi faceva il carpentiere, Primo Levi era un chimico, De Benedetti un medico, Calef poliglotta, ma quello,  quello lì, quella lì, che non sapeva nulla, che era uguale a Pucci, a Mafalda, a Carlo, perché lui era tornato e i nostri no? L’ombra del dubbio, di un dubbio inutile e ingiusto, ma tenace, si stendeva dunque sulle vittime incolpevoli, che finivano per sembrarci, solo per il fatto di essere sopravvissute per caso, addirittura complici dello sterminio che loro stessi avevano patito. Tutti questi inconfessabili sospetti aumentavano l’isolamento e il silenzio dei reduci, il loro dolore, fino a trasformarli in testimoni muti.  E non sono neppure del tutto sicuro che il diffuso sentimento che essi professano ancor oggi della vergogna che provano dell’essere sopravvissuti sia solo una delle conseguenze  del processo di demolizione dell’identità umana che hanno subito nei lager, o non piuttosto anche qualcosa che essi hanno purtroppo letto nei nostri sguardi.

Ecco dunque  svanire nel nulla l’impressione di vittimismo e di patologica  tenacia nel ricordo che danno gli ebrei a chi osserva questi fenomeni con superficialità, quando non con ostilità. In realtà, e ne vedremo solo una o due  per dare un esempio, le fasi di oblio per gli ebrei e i non ebrei si alternarono,  durante i sessant’anni passati, seguendo una ciclicità dovuta probabillmente al susseguirsi delle generazioni, ma anche a sussulti e stagnazioni dovuti a fatti contingenti che rendevano necessario, talvolta all’improvviso,  il ricorso alla memoria. Una ciclicità di lungo periodo che, proiettata in un grafico, sembra quasi raffigurare le leggi  che sottendono  l’andamento del mercato… La domanda e l’offerta dunque, le regole, oserei dire, dell’ofelimità sorreggono la memoria della Shoah con la loro potente dinamica da sessant’anni. Come altrimenti spiegare, prima, la vasta letteratura di fiction, e poi i film, “Schindler’s list”, “La vita è bella”, “Il pianista”, “Train de vie”, e moltissimi altri ancora che sono stati e sono concepiti  e prodotti per un’audience gigantesca  e, nonostante la sua immensità, crescente? E poi, come trascurare le infinite allusioni alla Shoah presenti nella fiction, da Duerenmatt fino al più banale serial televisivo? Ma quel che conta in questa vicenda, quel che dev’essere capito, è l’enormità, la persistenza e il riaffacciarsi della domanda, mentre invece spesso si pensa che tutto sia dovuto a un’offerta eccessiva, magari di fonte ebraica, che nulla potrebbe in realtà in questi fenomeni di portata planetaria o continentale.

 Farò intanto un esempio delle onde che si susseguono sul mio grafico immaginario: lentamente, dopo il 1948, prevalse  un lungo periodo di oblio della Shoah. Oblio è però un termine di carattere assai generale, perché nel frattempo si compivano passi giganteschi nella decifrazione dello sterminio, si adempiva, quando si poteva, ad atti di giustizia, masse ingenti di cittadini venivano, sia pur superficialmente, a conoscenza  dell’inammissibile evento che era stato concepito come un segreto ma non poteva esserlo più. Però  tutto ciò accadeva quasi come un fenomeno geologico di lunga durata, di quelli che non danno segni di sé sino a quando, per un evento che sul momento appare inspiegabile, non si prospetta una linea di frattura, scoppia un terremoto, si accelera in modo vistoso un fenomeno di subsidenza costiera.

Il primo grande ritorno della memoria che io ricordi è quello del 1955, quando a Torino, ma qualcosa di simile  credo accadde in altre città di Italia e d’Europa, venne organizzata una mostra dell‘Unione Culturale a Palazzo Carignano, una mostra delle tremende fotografie che già erano apparse nelle vetrine del 1945, e poi erano state, se non dimenticate, archiviate. Fotografie  questa volta  appuntate su pannelli di tela di sacco, che rinnovarono lo sgomento oltre ogni previsione. Per visitare la mostra bisognava fare una lunga coda attorno alla piazza, tanta era la gente che affluiva. Alcuni miei colleghi d’ufficio, di ritorno dall’esposizione, stringevano la mia  mano fra ambo le loro, guardandomi negli occhi, come si fa per partecipare a un lutto recente. Erano colleghi buoni che sentivano il dovere di manifestare la loro solidarietà all’unico ebreo di cui disponevano sul momento. Molte cose sotterranee dovevano dunque essere successe in quei lunghi anni. Ma cos’era accaduto invece  a scatenare  l’improvviso terremoto del 1955?

Male lingue “di destra” insinuarono che si trattava nient’altro che di una speculazione “comunista” per avversare in qualche modo il riarmo della Germania di Adenauer. E può anche darsi che questa propaganda politica sia stata il fattore contingente scatenante, ma va detto che ogni volta che ci fu uno dei periodici risvegli della memoria venne trovato, prima o poi, un responsabile fittizio del nuovo abuso del ricordo della Shoah. Sei anni dopo, nel 1961, con il processo Eichman, ci fu chi accusò Israele di approfittare, già allora, dell’eccidio degli ebrei per tacitare l’Occidente sulle sue malversazioni contro le popolazioni arabe. Questa accusa, assieme a quella  di industrializzazione dell’Olocausto che sarebbe  sfruttato per interesse da parte ebraica, non è da allora mai venuta a mancare. Anzi, il concetto di “Industria dell’Olocausto” ha finito  per conquistare  anche alcune labili menti “di sinistra”  e perfino la scarsa perspicacia di menti ebraiche (“di sinistra”).

 In realtà, il processo Eichman fu per l’appunto il processo ad Eichman, un processo giusto a uno che se lo meritava.  Come tutti i grandi processi, presentò innumerevoli pecche e compromessi politici che ebbero la disgrazia di passare attraverso la penna di Hanna Arendt  che li eternò forse in modo eccessivamente aspro ne “La banalità del male”, che non è affatto il capolavoro della grande pensatrice ebrea tedesca e americana.

Sfuggì per esempio, ad Hanna Arendt, il movente morale primario del processo che consisteva nella assai tardiva presa d’atto da parte degli israeliani della irrimediabilità della Shoah e della necessità di ripararvi almeno con atti di giustizia, poiché non bastava, anzi, era ridicola, la riconquistata baldanza nazionalista.

Comunque il 1961-1962 fu un altro grande momento di risveglio  della memoria della Shoah e altri ne seguirono, più o meno intervallati da periodi lunghi o brevi  di apparente oblio. Nel frattempo la Shoah era divenuta un oggetto immenso e perfino le accuse più accese di speculazione delle più svariate provenienze apparivano inadeguate di fronte al crescere delle  dimensioni dell’oggetto e al suo implacabile e persistente incombere  rispetto a tanti altri fenomeni, la cui tendenza era invece quella, assai più naturale, di essere dimenticati. La memoria della Shoah, si pensi, ha resistito, per riferirsi solo ad avvenimenti recenti, al crollo del Muro del 1989 e alla strage delle Due Torri dell’11 settembre 2001.

Ho già accennato ad alcuni dei semi che hanno generato la dimensione del ricordo: le vittime sparite e insepolte, l’incredibile complessità e gratuità della macchina infernale di sterminio che produsse l’annichilimento di così tante persone in pochissimo tempo, l’affacciarsi di ognuno con la propria mente individuale alla memoria collettiva, la necessità inappagata di giustizia, la difficile assimilabilità  dei reduci, la crescita dell’Europa della quale, si voglia o no, lo sterminio hitleriano ha finito per costituire, assieme alla Seconda Guerra Mondiale, l’accadimento fondatore. Ma resta ancora da svelare l’enigma di  numerosi altri fenomeni, come per esempio il sempre fallito tentativo di ogni monumentalizzazione cerimoniale, una delle quali in fondo è il 27 gennaio. Non intendo qui avanzare critiche a questi tentativi, che ritengo tutto sommato comprensibili, stante il fatto che ogni evento del passato, per quanto mostruoso, deve trovare prima o poi una sua collocazione storica  e statica che lo renda a un tempo visibile e non minaccioso. Quel che voglio dire invece è che questi tentativi, magari “purtroppo”, fino a oggi sono sostanzialmente falliti e si tratta di capire il perché.

Io credo, con Hanna Arendt, che l’antisemitismo sia strettamente connesso con tutti gli Stati totalitari e credo anche che quella che Nolte ha chiamato “la guerra civile europea” sia stata fin dal suo inizio la fine naturale del Continente che un tempo dominò il  mondo. La crisi dell’Europa cominciò effettivamente nel 1914 per finire nel 1945, o addirittura nel 1989 chiudendo il terribile “Secolo breve”.

Il Continente che aveva conquistato il mondo si dedicò, dopo il 1918, all’ultima delle sue imprese, la più nefanda, alla colonizzazione totalitaria delle individualità, con l’obbiettivo di conquistare il vasto terreno vergine delle identità personali fragili e nate appena quattro secoli prima, quando cedette in Europa il monopolio della mente da parte della Chiesa Cattolica durato più di mille anni. Si trattava allora di annichilire la coscienza delle persone, a partire da quella morale, sostituendola con quella del Capo che assumeva il pauroso pluralis majestatis di “Noi”.  Il noi del Partito e della classe, il noi della Patria tedesca o italiana, un noi che si riverberava nella mente stessa del dittatore, nella quale venivano confisse le contraddizioni irrisolte che si trasformavano pertanto nella mostruosa  patologia di un’unica mente. E allora, compiendo questo tragitto che sconvolse il XX secolo, bisognava arrivare ad annientare gli elementi più deboli della società che, come gli ebrei e gli zingari per loro disgrazia, possedevano, per motivi storici, proprio le identità più forti  e inconquistabili.

La distruzione fisica dei popoli doveva divenire il grande segreto, saputo o non saputo ma condiviso da tutti,  attraverso il quale tutti, in un modo o nell’altro, venivano messi nella condizione di  cadere complici dello sterminio e di perdere pertanto quel poco che rimaneva della loro identità.

Cannoni e bombe,

fumo e mitraglia,

dal   Capo fino a  Couchpear,

di uomini e di ragazze

delle più strane   razze

facevamo steak tartare

Così diceva Berthold Brecht. La guerra coloniale si rivoltava contro la metropoli, entrava nelle anime della gente d’Europa, e plotoni di soldati non umani le conquistavano. Ma per fortuna non per sempre, e la rivolta continua tuttora.

La memoria diventa perciò un problema morale che viene posto in termini di ingiunzione, ingiunzione di non dimenticare, zakhor, dice la Torah, divieto di oblio durante una lotta senza fine.

Come una stella che al termine  della sua lunga vita, perso il suo combustibile, si trasforma in una gigante rossa e incendia tutto il suo sistema planetario, per ridursi, dopo un’immensa esplosione, a una nana bianca, così l’Europa sembrava aver trovato il suo punto estremo attraverso una catena di crimini inenarrabili compiuti  contro se stessa.

Sì, gli abitanti di quella  che avrebbe potuto ridursi a una stella morta  e che invece  brilla ancora, ne prendono coscienza ogni anno di più: la memoria, il presente del passato, serve infatti per il futuro. Zahòr.