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lettera (pubblicata da La Stampa , novembre 2001 ) in risposta all'articolo di Barbara Spinelli

L'articolo di Barbara Spinelli (Ebraismo senza mea culpa, La Stampa, 28 ottobre 2001) turba le coscienze di noi ebrei per le verità dolorose che evoca - e che in parte condividiamo - ma anche per le inquietanti inesattezze e i fastidiosi preconcetti che contiene.
Lottiamo da anni, nel nostro microcosmo di ebrei italiani, per il riconoscimento reciproco e la coesistenza fra israeliani e palestinesi. Invochiamo, oggi più che mai, una soluzione negoziata basata sul principio di "due popoli, due stati". Riteniamo dissennata l'espansione degli insediamenti israeliani nei territori densamente abitati da palestinesi. Pensiamo che sia insensata una strategia di mera repressione militare dell'intifada e di disintegrazione del potere e delle strutture dell'Autorità nazionale palestinese, che alimenta, invece di sedare, la violenza e l'oltranzismo delle milizie palestinesi. Il conflitto israelo-palestinese - da conflitto fra due nazioni che contendono con eguale diritto un piccolo lembo di terra - sta degenerando - come osserva il filosofo israeliano Avishai Margalit - in una "faida barbarica" e così viene percepito in misura crescente dal resto del mondo, comprese l'America e l'Europa, infastidite, soprattutto dopo l'11 settembre, dal suo perpetuarsi senza fine.
Ma è inaccettabile storicamente e politicamente affermare - come fa la Spinelli - che " A un unico popolo è dato, per volontà divina, di vivere una condizione di libertà assoluta, mentre il resto dei mortali perdurerebbe nel duro regno della necessità". La storia del popolo ebraico è stata per secoli quella dell'utopia di fondare una civiltà senza stato : un popolo disperso fra gli altri e con questi integrato, nelle alterne vicende della storia ebraica, in una successione di persecuzioni, esili, ma anche di feconde interazioni culturali. Ma dopo l'orrore dello sterminio nazista che ha annientato 1/3 degli ebrei del mondo esso ha dovuto acquisire, assimilare gli strumenti del potere statuale, la politica, la forza delle armi. Esso ha esercitato il suo "diritto al ritorno" nella terra d'Israele molto tardi, dopo grandi esitazioni, profonde divisioni al suo interno fra sionisti, non-sionisti e antisionisti, e ha deciso di edificare uno Stato sovrano solo dopo la catastrofe immane del genocidio. Ancora oggi Israele vive un'angoscia schizoide fra il suo essere forte e debole al tempo stesso, occupante e assediato, 5 milioni di ebrei o poco più in un immenso mare di arabi e mussulmani.
Il "mea culpa" che la Spinelli chiede agli ebrei "a fronte degli individui palestinesi e in genere dell'Islam" , detto così in modo apodittico, ci lascia stupefatti : nel caso dei palestinesi, vi è in Israele e nella Diaspora un confronto serrato di opinioni, una storiografia "revisionista" che analizza in dettaglio le colpe di Israele alla sua nascita come stato nell'esodo dei palestinesi nel 1947-48; ma nel caso dell'Islam, gli ebrei non hanno conquistato alcunchè nella loro storia, non hanno sterminato, non hanno evangelizzato. A allora un "mea culpa" per cosa ?
Infine, ci lascia interdetti - per usare un eufemismo - l'allusione alla "doppia e contradditoria lealtà" degli ebrei : è un termine che evoca un passato fosco di pregiudizi antiebraici. La "doppia appartenenza" - ci piacerebbe chiamarla così -, cioè, l'essere ebrei e italiani, magari con il trattino (ebrei-italiani, o ebrei-francesi, o ebrei-egiziani), è per noi un valore positivo, arricchente, da esaltare in società che diventino più autenticamente multiculturali.

Giorgio Gomel
Clotilde Pontecorvo
Luca Zevi
Victor Magiar
Pupa Garribba