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L’estate scorsa a Gerusalemme
di david calef
(Dicembre 2002 Ha Keillah)

"Se vuoi fare il santo, vai in Israele a piantare arance in un kibbutz!" Ancora oggi l’esortazione proferita ne L’Apprendistato di Duddy Kravitz di Mordecai Richler mi risuona in testa come fosse il suadente richiamo di una sirena.

Arance, kibbutz, la santità intesa come aspirazione di giustizia sociale. Roba che su di me fa ancora un certo effetto. Non importa quanto l’esortazione sia naïve e fuori moda. L’estate scorsa, senza ambizioni di fare il santo, non avendo modo di darmi da fare in un kibbutz e con le arance melanconicamente fuori stagione sono partito alla volta di Tel Aviv.

Sono andato in Israele un po’ perché non ci andava nessuno e la cosa mi seccava e un po’ perché a forza di osservare da lontano le vicende della Seconda Intifada rischiavo l’avvilimento e il malumore così diffusi da quelle parti. Arrivato a destinazione, mi è venuto in mente di ragionare insieme agli israeliani. I quali – mi dicevo – dopo due anni di Intifada, avranno imparato qualcosa. Qualcosa – pensavo – imparerò pure io insieme a loro. A fare da sponda a dubbi, certezze e pregiudizi, una moltitudine di persone incontrate per caso e per scelta. Per guadagnare qualcosa in gravitas sono andato a importunare gente che per obbligo professionale era in una posizione propizia a riflettere sui fatti del giorno senza farsene soggiogare. E così ho messo insieme una agenda fitta fitta di appuntamenti con un gruppo di storici alle prese con le lezioni e gli esami di fine semestre.

Sono mesi che tutti vogliono parlare con Benny Morris. La ragione non è la pubblicazione del suo libro The Road to Jerusalem: Glubb Pasha, Palestine and the Jews, (IB Tauris, £ 27.50, 2002) ma il fatto che abbia cambiato idea.

I suoi libri gli hanno valso una reputazione di storico progressista, sensibile ai torti subiti dai palestinesi nella Guerra d’Indipendenza. Ma dopo l’inizio della Seconda Intifada e il fallimento delle trattative di Taba molte cose sono cambiate. Morris si è convertito. Nel corso degli ultimi due anni, lo storico israeliano ha presentato più volte una versione di quanto accaduto durante i negoziati in completa dissonanza con la decennale fama di colomba. Oggi Morris sostiene che Arafat, e solo lui, ha la responsabilità del fallimento delle trattative.

Un pessimismo senza limiti geografici

Il luogo convenuto per accertare la metamorfosi di Morris è Gerusalemme, al caffè Atara nel quartiere di Rehavia. Il pessimismo sulle prospettive del conflitto è senza riserve e non concede alcuno spazio ad ipotesi di riconciliazione. La ragione di tanta sfiducia nella possibilità di ricomporre il conflitto in maniera stabile sta in una sostanziale adesione alle tesi dello "Scontro di Civiltà" di Samuel Huntington. Religione e cultura definiscono delle fratture insanabili tra blocchi di civiltà ed una di queste fratture separa israeliani e palestinesi. Il pessimismo di Morris non ha limiti geografici: l’inevitabilità dello scontro tra civiltà è valido anche lontano dal Medio Oriente. Ad esempio, Morris mi assicura che, entro dieci anni, sui territori della ex-Yugoslavia scoppieranno cinque guerre. Come faccia ad essere così sicuro della virulenza inesauribile dell’odio interetnico balcanico non è dato sapere, ma è chiaro che quando scruta la sfera di cristallo, oltre che con Huntington, Morris è in sintonia anche con Oriana Fallaci. Tutt’al più non condivide gli accenti più striduli e intolleranti de La rabbia e l’orgoglio. Per quanto riguarda Israele e i Territori Occupati, gli scenari possibili sono tre: "Tra cinquant’anni, in Palestina ci sarà un solo stato. Sarà uno stato ebraico con una piccola minoranza di palestinesi. Oppure sarà uno stato arabo con una minuscola minoranza di ebrei che comunque si estinguerà perché gli ebrei non sopporteranno di vivere in un paese a maggioranza araba. Terza possibilità; nessuno stato ma una landa deserta devastata dall’olocausto nucleare. Perché è possibile che qualcuno degli stati confinanti con Israele sia tentato dalle armi atomiche". Visto che abbiamo imboccato la china degli scenari apocalittici, chiedo a Morris che cosa pensa di Effi Eitam. La mia curiosità verso un politico israeliano di secondo rango non è arbitraria. L’ex generale di brigata Eitam è il capo di Mafdal, il Partito Nazionale Religioso entrato a far parte della coalizione governativa lo scorso aprile. Qualche anno fa, Eitam ha avuto una sorta di epifania e da allora pensa di essere un Unto del Signore per conto del quale intende riconquistare i Territori Occupati. Una volta guadagnata la completa sovranità della Cisgiordania ai palestinesi verrà lasciata - bontà sua - una scelta: potranno restare dove sono senza accampare diritti oppure saranno incoraggiati a mettersi in marcia alla volta di Amman o di Beirut

Ateo e laico, Morris dileggia l’idolatria degli ultranazionalisti di Mafdal. Lui, che pure detesta Arafat, ritiene ancora legittima l’idea di uno stato palestinese. Però non si fa molte illusioni e con Eitam condivide la certezza che i palestinesi, per molto tempo ancora, resteranno nemici ostinati, pronti ad approfittare della prima occasione disponibile per buttare a mare gli israeliani.

Ci sono ottime ragioni per dar credito alla versione di Morris e Barak sul fallimento delle trattative. Arafat merita senz’altro la definizione coniata da Abba Eban a proposito dei Palestinesi "mai persa un’occasione per perdere un’occasione". Per concordare con l’ex ministro degli esteri israeliano basterebbe ricordarsi il brillante gioco di alleanze del raïs durante la Guerra del Golfo. Quando nel febbraio 1991 Saddam Hussein lanciò missili Scud su Tel Aviv, Arafat fece il tifo per gli Scud estinguendo in un solo colpo la fiducia accumulata fin lì come partner credibile dello stato ebraico. Ce n’era di che distruggere una carriera politica per sempre. E invece dopo gli accordi di Oslo è arrivato il Nobel per la pace… Insomma che Arafat sia una sventura per i palestinesi (e per gli israeliani) prima, durante e dopo Camp David non si discute, ma ci sono anche ottime ragioni (libri, memorie e mappe) per non accettare integralmente la versione di Morris sull’attribuzione delle responsabilità del fallimento dei negoziati.

La generazione dei combattenti

Anita Shapira è la spina nel fianco dei Nuovi Storici. È lei che ha passato al setaccio i libri di Morris, Shlaim e Segev per rivelarne debolezze, omissioni e l’eccesso di disinvoltura metodologica. È lei che porta poca pazienza per la deriva postmoderna di Ilan Pappe e per la superficialità che talvolta affligge le indagini di Benny Morris. Dopo aver scandagliato il pessimismo apocalittico di quest’ultimo, mi viene spontaneo andare a Ramat Hasharon, a nord di Tel Aviv, a cercare conforto nelle opinioni della doyenne della storia del sionismo.

Anita Shapira ha letto l’articolo di Morris sulla NYRB e, nonostante in passato abbia avuto da ridire sulla bontà delle analisi contenute in Vittime, concorda, almeno in parte, con l’interpretazione del collega. "A Camp David e a Taba Arafat ha buttato all’aria una grande occasione". Ma a differenza di Morris, Shapira non interpreta il presunto rifiuto del leader palestinese come l’ennesima e definitiva conferma dell’impossibilità del mondo arabo di coesistere con Israele. Piuttosto "si tratta di una questione generazionale. Arafat ha vissuto una vita intera come combattente ed è difficile cambiare rotta a settanta anni. Lo stesso vale per Sharon. Anche lui appartiene ad una generazione di combattenti". Ma di per sé l’abitudine alla guerra non annulla il talento per mettere in atto strategie diplomatiche lungimiranti. "Come quelle elaborate da David Ben-Gurion". A volte, ascoltando Anita Shapira mi sembra di ascoltare un panegirico di Re Salomone, giusto tra i giusti, tanta è l’ammirazione verso Ben-Gurion. "Aveva una dote che oggi sembra essere scomparsa nella leadership israeliana: l’autocontrollo. Sapeva quando fermarsi, sapeva come trattenere l’irruenza dei suoi generali, di Yigal Allon in particolare". La stima per il Padre Fondatore d’Israele non le impedisce di notare che anche lui compì errori dalle conseguenze gravi e durature. Come quello di fare concessioni generose alle poche migliaia di ebrei ortodossi sopravvissuti alla Shoah. "Lo fece, perché pensava che fossero destinati a scomparire. Non poteva immaginare che un giorno ci sarebbe stato un partito come Shas". Scettica sulle possibilità che Effi Eitam possa assumere posizioni di maggiore responsabilità nei prossimi governi israeliani, Shapira sospetta che l’accresciuta visibilità dell’ex generale sia un indizio della shchikah, parola-chiave per capire l’umore degli Israeliani. Shchikah indica, in questo contesto, il logorarsi della sensibilità della maggioranza degli israeliani nei confronti delle tribolazioni dei palestinesi. "Gli attentati suicidi hanno inibito l’empatia che pure esisteva prima di Camp David. E hanno fatto sì che adesso ci si rassegna a politiche che due anni fa avremmo considerato inaccettabili. Capisco che, dopo il fallimento dei negoziati, i palestinesi volessero sfogarsi. Capisco la frustrazione, lo sfogo di una, due settimane, ma non c’è nulla che giustifichi quello che è successo dopo…".

Il partito che ha forgiato Israele ha offerto uno spettacolo pietoso

Non è del tutto corretto identificare Ze’ev Sternhell come un Nuovo Storico. Molto prima che Benny Morris coniasse il termine sulla rivista Tikkun, Sternhell si era fatto apprezzare come studioso delle origini dei movimenti fascisti europei. Ciò nondimeno, la pubblicazione di Nascita di Israele. Miti, storia, contraddizioni gli vale una menzione nel contingente dei revisionisti. Pubblicato nel 1996, Nascita d’Israele è una invettiva implacabile rivolta contro l’élite laburista guidata da Ben-Gurion, colpevole, agli occhi di Sternhell, di aver trascurato gli ideali di giustizia sociale per concentrarsi esclusivamente sulla fondazione e sul consolidamento della nazione. Quando ho letto il libro, l’intransigenza di Sternhell nei confronti dei laburisti al governo cinquant’anni fa mi era sembrata eccessiva, non temperata da una considerazione adeguata del contesto (shock post–Shoah, l’ostilità irriducibile dei paesi confinanti) in cui Ben-Gurion era costretto ad agire, ma oggi la severità delle sue analisi ha ben altra forza.

Visto che la disapprovazione per Sharon e il raccapriccio per gli attentati suicidi sono netti e scontati, Sternhell mi comunica la propria irritazione nei confronti dei laburisti di oggi. È spietato con i notabili del partito: Ben-Eliezer, Haim Ramon e Avraham Burg. Dei pezzi grossi non si salva nessuno. Se vogliamo, un soprappiù di biasimo lo riserva a Peres.

Difficile non essere d’accordo. Durante i due anni di governo Sharon, il partito che ha fondato e forgiato Israele ha offerto uno spettacolo pietoso di sé. In questo intervallo di tempo, i laburisti hanno minacciato di lasciare il governo una settimana sì e l’altra pure. Ma, al dunque, per un anno e mezzo, quando arrivava il momento di approvare l’ennesima spedizione punitiva a Gaza o quelle leggi di bilancio che fanno contenti solo gli ultraortodossi di Shas, Ben-Eliezer non aveva la determinazione di dare un seguito alle minacce. Di fatto la leadership laburista non è riuscita a infondere alla politica di Sharon un po’ di equilibrio diplomatico come aveva dichiarato di voler fare e ha privato il paese di un’opposizione seria.

Chiedo a Sternhell un’opinione sull’operato di Barak. "Il suo errore più grande è stato quello di non mantenere le promesse elettorali. Per raggiungere un accordo (abortito) con i Siriani sulla restituzione delle alture del Golan, Barak ha ignorato la controparte palestinese per un anno. Ma nel frattempo ha continuato la politica tradizionale di tutti i governi israeliani dal ‘67 in poi permettendo la costruzione di migliaia di alloggi nelle colonie dei Territori Occupati. Con l’espansione degli insediamenti Barak non ha dato ai Palestinesi alcun segnale che il processo di pace fosse veramente nel loro interesse. E infatti, durante il governo Barak e, in generale dopo Oslo, il tenore di vita dei palestinesi non solo non è migliorato ma ha continuato a deteriorarsi...". Per il gusto della provocazione e per sincera curiosità accenno di aver ascoltato molte volte Noam Chomsky affermare concetti simili davanti a platee affollate di Cambridge, Massachusetts e chiedo fin dove si spinga la sua convergenza con il linguista americano. Senza alcuna incertezza, Sternhell risponde quasi indispettito: "Chomsky mi cita piuttosto spesso, ma abbiamo posizioni radicalmente diverse. Chomsky è un antisionista mentre io sono nato sionista e tale morirò. Sono stato un membro fondatore di Pace Adesso e critico le iniziative del governo perché credo siano dannose per il sionismo e per Israele, ma non mi salta in mente di mettere in dubbio la legittimità del mio paese. Ho combattuto per Israele nella quarta guerra (Yom Kippur) e sono troppo vecchio per combattere la quinta, ma la sosterrei senz’altro se ce ne fosse la necessità."

Il mito dell’innocenza d’Israele

Dopo l’incontro con Ze’ev Sternhell, mi sono reso conto di un fatto imbarazzante. Rischiavo di tornare in Italia senza aver parlato con nessuno dell’ala dura dei Nuovi Storici; rischiavo quindi di ignorare opinioni molto popolari in Europa. Allora ho chiamato Ilan Pappe. Se c’è qualcuno che non si fa scrupolo di screditare il mito dell’innocenza di Israele è lui, il più radicale dei Nuovi Storici. I suoi libri e i suoi articoli seguono traiettorie simili a quelle tracciate nei lavori dei colleghi ma raggiungono conclusioni decisamente più radicali riguardo alla distribuzione delle responsabilità del conflitto israelo-palestinese. Al contrario di Morris, Sternhell e Shapira, Pappe, docente presso il dipartimento di scienze politiche all’università di Haifa, è un convinto antisionista. A suo dire, il conflitto che lacera il Medio Oriente non è che l’inevitabile manifestazione del peccato originale del progetto sionista: l’imperialismo coloniale. Quindi la repressione della popolazione palestinese nei Territori Occupati non è un accidente della storia, ma è una macchia nera iscritta nel codice genetico del sionismo. Parlando a più riprese con Pappe si capisce che i torti israeliani esauriscono l’interpretazione del conflitto. E finiscono con l’assolvere automaticamente i palestinesi da errori e misfatti. Difatti a fatica riesco ad estrarre da Pappe qualcosa che assomigli ad una critica della leadership palestinese. "L’errore di Arafat è stato quello di accettare il negoziato di Camp David. A suo tempo, in molti, me compreso, gli consigliammo di non andare. Il negoziato era una trappola, visto che il summit non era stato preparato a sufficienza nei mesi precedenti e che la sua formula non poteva essere determinata dalle considerazioni di natura elettorale di Barak e Clinton. (Clinton per l’elezione di Al Gore, Barak per la propria)".

Di recente, l’antisionismo di Pappe ha mostrato aspetti incresciosi. A primavera il suo nome è circolato spesso sulla stampa internazionale per diversi motivi. Ad esempio, Pappe è stato uno dei pochissimi israeliani a firmare una petizione nata tra un gruppo di accademici inglesi che sollecita il boicottaggio di tutte le istituzioni universitarie israeliane. Di solito, qualcuno pronto a boicottare pompelmi e arance coltivate nei dintorni di Jaffa lo si trova con facilità mentre gli appelli a mettere in quarantena professori e ricercatori israeliani sono sempre stati più rari. Non è facile stabilire se l’idea del boicottaggio sia più bislacca o più razzista. Bislacca lo è senz’altro. Sharon non perde il sonno meditando sulle difficoltà incontrate dalla comunità accademica israeliana tra le cui fila conta relativamente pochi sostenitori. Il boicottaggio è senz’altro razzista perché sotto il pretesto di punire il governo israeliano per politiche censurabili e anche censurabilissime, discrimina individui la cui sola "colpa" è quella di possedere un passaporto con una menorah sulla copertina. Non è un caso che uno dei primi effetti concreti dell’iniziativa inglese sia stato un grottesco faux pas. Mona Baker, una delle prime firmatarie della moratoria anti-israeliana, ha licenziato Miriam Schlesinger e Gideon Toury dai comitati editoriali di due riviste di linguistica Translation Studies Abstracts e Translator sottolineando che il licenziamento non aveva niente a che fare con il talento dei due studiosi, ma solo con il loro essere israeliani. E che Miriam Schlesinger sia una attivista di Pace Adesso aggiunge solo un velo in più di imbarazzo alla faccenda. Tutto ciò non sembra turbare Pappe più di tanto. "Se la campagna di boicottaggio raggiungesse i suoi obiettivi (costringere Israele a lasciare i Territori Occupati), il licenziamento sarebbe un prezzo molto piccolo da pagare".

Pappe è gentile, appassionato ed eloquente. Peccato che eserciti la propria analisi solo su spezzoni di realtà. Vaglia con scrupolo e partigianeria i torti degli israeliani e lascia in ombra tutti gli orrori commessi dai palestinesi. Non sorprende che, cavalcando i processi di indignazione selettiva che attribuiscono sempre e solo ad Israele la responsabilità delle sciagure che affliggono il Medio Oriente, egli sia diventato un paladino di molti progressisti europei.

L’antidoto allo sgomento post-soggiorno

Chiacchierare con gli storici israeliani non è stata un’esperienza consolatoria. Lo scoramento era l’unico stato d’animo comune ai miei interlocutori, pronti a dissentire su tutto il resto. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Attentati, stragi e la lettura delle liste dei morti e dei feriti scandivano i colloqui fatti in giro per il paese. L’antidoto per far fronte allo sgomento post-soggiorno in Israele è stato rileggere L’apprendistato di Duddy Kravitz. In fondo sono ritornato in Israele anche per merito del libro di Richler. Cosa c’entra la storia di un giovane ebreo di Montreal con i travagli dell’Israele di oggi? Ad una prima lettura nulla. Eppure, una connessione, magari un po’ tendenziosa, mi sembra che ci sia. La storia dell’apprendistato prende quota quando Simcha Kravitz, il patriarca della famiglia, ammonisce il nipote: "Un uomo senza terra non è nessuno". David "Duddy" Kravitz, intraprendente e sveglio come nessun altro a Montreal, si dà da fare per conquistare il suo pezzo di terra. E ci riesce, assicurandosi una proprietà destinata a suscitare l’invidia della borghesia benestante franco-canadese. In questo senso, L’apprendistato è la storia di un successo. Ma è anche la storia di un fallimento. Duddy fraintende il monito del nonno, non ne coglie le implicazioni morali – l’attaccamento alle proprie radici e ai propri valori – e nel corso della scalata al successo tradisce tutti coloro che lo hanno aiutato a raggiungerlo. Il feticismo per un lembo di terra finisce per mettere in ombra il suo intuito morale.

Per quanto pretestuoso ciò possa sembrare, la parabola di Duddy mi ricorda il casus belli della recente crisi politica israeliana, ovvero la decisione dei laburisti di abbandonare la coalizione governativa pur di non approvare i fondi per le colonie della Cisgiordania e della striscia di Gaza. La mossa di Ben-Eliezer sa più di tattica pre-elettorale che di autentico convincimento. In vista delle prossime elezioni, Ben-Eliezer ha colto l’ultima disperata – e fallimentare – occasione per distinguersi da Haim Ramon e Amram Mitzna, suoi diretti concorrenti alla guida del partito. Ma il problema degli insediamenti resta. L’ostinazione con la quale Sharon ha confermato gli incentivi economici a favore degli insediamenti è una forma di feticismo che schernisce i valori più nobili del sionismo. Il feticismo della terra rende ebbri e offusca il discernimento morale anche quando si possiedono le mille ragioni degli israeliani. E non si capisce come assecondare ancora l’arrivo di coloni a Neveh Dekalim e a Elon Moreh possa facilitare il processo di pace, o forse si capisce, ma solo se la pace è quella immaginata in uno degli scenari di Benny Morris.