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Barney in Israele, il disincanto di un sionista pro Stato palestinese
di david calef
(il foglio 1 maggio 2002)

Inutile fare finta di niente. Un’opinione sul Medio-Oriente, oggi, non la si nega a nessuno. Forse questo non significa che si sia tenuti a sapere cosa veramente sia successo a Taba il 27 gennaio del 2001 e tanto meno a conoscere la Dichiarazione di Balfour. Fatto è che, tutti, ma proprio tutti, discettano della sorte degli insediamenti nella Cisgiordania o della querelle di Gerusalemme come consumati diplomatici. In questo clima può capitare di essere presi da un’insana curiosità: che cosa pensava Mordecai Richler del conflitto che da oltre 50 anni tormenta israeliani e palestinesi? A farla oggi, questa pare una domanda malinconica e, oltretutto, intempestiva. Invece, Richler, una risposta ad una domanda così ordinaria l’ha già data otto anni fa. Siamo andati a rileggerla.

Ottobre del 1992. Mordecai Richler fa un viaggio in Israele e due anni dopo pubblica This Year in Jerusalem, un diario sospeso tra riflessioni sul conflitto israelo-palestinese e una ricognizione dell’identità di ebreo della Diaspora. Un diario scandito da excursus storici sulla nascita di Israele e digressioni narrative che non sarebbero fuori posto in St. Urbain’s Horseman, Joshua Then and Now e ne La versione di Barney. La cronaca vera e propria del viaggio è preceduta da un prologo di sette capitoli che indugia sull’adolescenza a Montreal e in particolare sui giorni della militanza in Habonim, gruppo sionista progressista, entro al quale si forma un gruppo di amici inseparabili: Richler, Jerry Greenfeld, Hershey Bloom e Meyer Plotnik (tutti pseudonimi). Il giovane Mordecai si iscrive ad Habonim non tanto perché bruci di passione sionista, quanto per sfidare il severo nonno ortodosso che infatti non mancherà di ripudiarlo come miscredente. Ma di ragioni per apprendere le imprese eroiche di Theodor Herzl e Josef Trumpeldor ce ne sono altre. Ad esempio, emulare Jerry Greenfeld, già un mito nel quartiere ebraico o incontrare ragazze emancipate che, forse, magari, lo-volesse-il-cielo, avrebbero acconsentito ad una pudica pomiciata al cinema Rialto.

I frammenti autobiografici, gli stessi che hanno ispirato le pagine di The Apprenticeship of Duddy Kravitz, sono carichi di orgoglio ed euforia per la nascita dello stato di Israele. Mentre ciondolano tra Saint Urbain e Jeanne Mance Street imparando i primi rudimenti della storia e della mitologia sionista, Richler e gli altri si promettono a vicenda di ripetere nel deserto del Negev l’epopea di Gary Cooper, Ray Milland e Robert Preston in Beau Geste. Perché, va da sé, dopo il college, i quattro amici faranno Aliyah, insieme a Ezra Lifschitz, leader indiscusso della compagine locale di Habonim. Molto più che un nostalgico cammino a ritroso della memoria, le cronache dell’apprendistato sionista negli slums di Montreal funzionano come prologo propedeutico al viaggio in Israele in quanto definiscono i vincoli che legano Richler al giovane stato ebraico. Archiviati i giorni dell’adolescenza, comincia il diario del viaggio. Ma prima di riferirne conviene sottolineare che, sin dal titolo, This Year in Jerusalem riprende le fila di un articolo scritto da un Richler poco più che trentenne per la rivista McLean’s nella primavera del 1962: This Year in Jerusalem: An Israel Journal, March 31 1962. All’epoca Richler si era già alienato la benevolenza di alcuni settori della comunità ebraica nordamericana per aver tracciato il ritratto di Duddy Kravitz, arrampicatore sociale senza scrupoli e senza altra virtù che quella, essenziale, di saper intrigare i lettori di uno dei più scintillanti romanzi del dopoguerra. Il diario del 1962 diede ai farisei nuove ragioni per diffidare dello scrittore espatriato a Londra. Richler non si fece alcuno scrupolo di censurare le politiche israeliane verso gli arabi israeliani e i profughi palestinesi. Anzi, per lo sconforto degli abbonati ebrei di McLean’s, mostrò una netta inclinazione ad identificarsi con i cittadini arabi piuttosto che con i sabra israeliani. I primi più dei secondi assomigliavano agli ebrei male in arnese e discriminati di Montreal prima dell’integrazione degli anni ’50. Il paese era ancora nel cono d’ombra del processo Eichmann, ma Richler non badò molto all’etichetta. E prese appunti anche quando qualche israeliano giurava che: “Il problema degli Arabi è che non si mescolano. Se ne stanno per proprio conto. Badano alla propria gente e ai propri interessi. E, poi, sai, coltivano vincoli di lealtà fuori dal paese.” Di turpitudini del genere ne aveva ascoltate sin troppe prima della guerra.

Per raccontare il viaggio del 1992, Richler riporta i colloqui con gli israeliani incontrati durante il soggiorno inserendo, a mo’ di contrappunto, reminiscenze, parentesi didascaliche e commenti su testi che hanno attinenza con la meta del viaggio. Ma che si trovi a discutere delle difficoltà d’inserimento dei nuovi immigrati russi o dell’inesauribile dissidio tra aschenaziti ed sefarditi, il baricentro tematico del viaggio resta il conflitto tra Israele e i palestinesi. Una delle prime occasioni per misurarsi con il proprio passato e con la realtà israeliana è la visita al kibbutz di Urim dove vive l’amato Ezra Lipschftz. Pur di stare in sua compagnia, Richler sopporta il cibo modesto servito alla mensa e si fa fare il terzo grado da un gruppo di pedanti giovani sionisti che lo tacciano, ça va sans dire, di antisemita. Ma nulla o quasi riesce a smuovere la sua ammirazione per l’integrità del kibbutz. Ai suoi occhi Urim resta ancora uno dei luoghi dove l’utopia laburista dei tempi di Ben Gurion non si è usurata inutilmente. Il che non gli impedisce di constatare che, pur essendo modelli di società giusta per i suoi membri, troppe volte i kibbutz hanno dimostrato scarsa sensibilità nei confronti dei non-membri, i lavoratori salariati, spesso arabi, che vi prestano opera.

Gli spasmi che scuotono il paese vengono fuori senza filtri quando Richler si reca in Cisgiordania nel campo profughi di Dheisheh. Tra vedove e orfani della prima Intifada, Richler prende nota della desolazione del campo tenendo a mente che lo squallore di cui è testimone è pur sempre un bel vivere rispetto all’esistenza negli agglomerati della striscia di Gaza. Poi è la volta di Kiryat Arba nei pressi di Hebron. Da Dheisheh all’insediamento di Kiryat Arba ci sono solo pochi chilometri, ma il cambiamento di atmosfera non potrebbe essere più vistoso. Kiryat Arba non è un insediamento qualsiasi. Fondata nel 1968, la colonia è uno degli epicentri di Gush Emunim (Blocco della Fede) il movimento che, a cominciare dagli anni ’70, si propone di rinfocolare una visione messianica del sionismo. Da queste parti, di compromesso con i palestinesi non si parla, anzi l’idea che la Cisgiordania, o anche una parte di essa, possa ospitare uno stato palestinese è un’eresia sconcia da combattere ad oltranza. Anche ricorrendo alla guerra civile se necessario. Richler prende nota: il suo ospite, Eliyakim Ha’etzni, leader dell’insediamento e membro di Tehiya, partito di estrema destra, gli parla urlando, con una voce isterica, “come se fosse su un balcone ad arringare le masse…”.

In genere Richler dà voce a tutti i suoi interlocutori senza ostentare le proprie predilezioni; ascolta e trascrive le opinioni più lunatiche e intolleranti, sfoggiando un aplomb imprevedibile. Rispetto ai romanzi e ai saggi scritti in passato, c’è, in questo diario israeliano, una ritrosia ad alzare la voce, uno sforzo per non farsi impigliare in partigianerie preconcette. Insomma, bisogna farci il callo, autocontrollo e circospezione, vocaboli ignoti a Barney Panofsky e ai suoi alter ego Jake Hersh di Saint Urbain Horseman e Joshua Shapiro di Joshua Then and Now, sono la cifra umorale che marca le pagine di This Year in Jerusalem. Eppure, durante il suo soggiorno, Richler ne incrocia di gente che sragiona. Tra i palestinesi gli tocca registrare insinuazioni somiglianti alla “accusa del sangue”, l’imputazione lanciata agli ebrei europei di utilizzare il sangue dei bambini cristiani per impastare il pane azzimo prescritto in occasione delle festività pasquali. Nella macchina di un tassista sefardita è costretto a sorbirsi un ritratto degli Arabi – “animali“ ovviamente, e “sporchi” – tale e quale a quello tratteggiato 50 anni prima in un discorso sugli ebrei di Montreal da Jean Drapeau, futuro sindaco e antisemita extraordinaire. Nemmeno la particolare teodicea articolata da alcuni membri di Shas (il partito che raccoglie soprattutto i consensi degli ebrei ortodossi sefarditi) fa perdere le staffe al nostro. Imperturbabile, ci riferisce dei deputati di Shas che interpretano la catastrofe della Shoa e le perdite di vite umane incorse da Tsahal come un’espressione della volontà divina per punire gli ebrei dimentichi dei precetti della Halakhah.

Ma, alla lunga, aplomb non significa né esangue neutralità, né pedestre equidistanza: una parola qui, un aggettivo là, Richler si espone, dice come la pensa e lo fa senza indulgere nella prosopopea di chi sente di avere la verità in tasca. Nonostante sia coinvolto nel conflitto israelo-palestinese da vincoli culturali e familiari – ben innestati nel campo israeliano – , Richler dimostra una singolare capacità di occupare un punto di vista impersonale nella esposizione delle situazioni che descrive. Si astrae dalla prospettiva particolare che plasma il suo modo di pensare mettendo in moto una tensione verso l’imparzialità capace di cogliere luci e ombre sia a Gerusalemme che nei Territori Occupati. Per questo riconosce come legittime le aspirazioni nazionali dei palestinesi senza far finta che questi ultimi non abbiano avuto, da sempre, una leadership sciagurata e insipiente. E per questo, sensi di colpa a parte, non riesce a sopprimere un moto di soddisfazione quando osserva che, per una volta nella Storia, sono gli ebrei a menare le mani e la parte di vittime tocca a qualcun altro.

Passate due settimane, tormentato dall’incessante stillicidio di morti da una parte e dall’altra, Richler mette l’aplomb nel cassetto e comincia a mostrare crescente frustrazione per l’insolubilità del conflitto. E irritazione nei confronti di coloro che, gli paiono, nel campo israeliano, avversi alla ricomposizione delle ostilità: gli Haredim e i coloni. Il fanatismo dei frequentatori delle Yeshiva non gli va a genio, soprattutto quando si accompagna alla eterna presenza di Uzi a tracolla. Se la prende poi con certi intellettuali conservatori, israeliani e americani, che sostengono delle tesi, decisamente seccanti per uno che ha scritto La versione di Barney. Metterli in discussione sembra difficile; Ruth Wisse e Hillel Halkin, perché è di loro che parliamo, sono mica dei pesi piuma: la prima è docente a Harvard e apprezzata studiosa di Yiddish. Il secondo è valente traduttore (in inglese) di Abraham Yehoshua e Amos Oz, nonché prolifico commentatore per la rivista Commentary e per il Wall Street Journal. L’autrice di If I Am Not for Myself. The Liberal Betrayal of the Jews, trova inaccettabili le critiche di Israele argomentate dagli ebrei liberal americani e interpreta ogni nota di biasimo come un tentativo di accattivarsi le simpatie dei goyim. Aggiungendo, per buona misura, che la vera motivazione di tale bieca strategia è die gelt, il denaro. Oy vey iz mir! direbbero gli studenti più preparati della docente americana. Richler, nella circostanza un gentiluomo, si limita a trovare “deplorevole” l’argomentazione della virtuosa signora Wisse. Secondo Halkin, la sopravvivenza della cultura ebraica è impossibile al di fuori di Israele e l’esperienza degli ebrei della Diaspora priva significato, condannata com’è all’assimilazione nel mondo dei Gentili. Non a caso, tempo addietro, aveva scritto: “Per chiunque abbia a cuore la propria identità di ebreo, l’unico posto accettabile in cui vivere è Israele”. Infastidito da tali ottusità, a Richler non resta molta pazienza se non quella sufficiente per ricordare il nome di quei mestieranti – Isaac Bashevis Singer, Saul Bellow, Irving Howe, Bernard Malamud, Alfred Kazin e Philip Roth – che, con buona pace di Halkin, hanno dato un contributo non insignificante alla cultura ebraica moderna pur vivendo ben lontano da Gerusalemme.
In sostanza, i due austeri studiosi mettono in discussione e svalutano l’identità stessa di Richler, liberal e laico, divoratore di sandwich al bacon e rispettoso ammiratore della civiltà chassidica, orgogliosissimo di essere canadese e, al tempo stesso, molto riluttante a concedere a chicchessia l’autorità di decidere se egli sia o meno ebreo. Comunque, la querelle sull’identità culturale ebraica è appena sfiorata e così pure le contraddizioni del processo d’integrazione degli ebrei nelle società liberali occidentali. Quindi, per chi avesse temuto il peggio per la sorte dell’esegesi sionista, niente paura: Richler non cerca di rubare il mestiere a Gershom Scholem e a Leo Strauss.

Siamo quasi alla conclusione del diario; prima di arrivarci il saggista si mette da parte e fa irruzione il romanziere: per lo spazio di un capitolo viene fuori un frammento di vertigine narrativa: nove pagine per raccontare l’ultimo incontro con il vecchio compagno di Habonim Jerry Greenfeld. Qui Israele non c’entra, i palestinesi neppure. Siamo a Montreal nell’estate del 1981. Jerry, a cui tutto è andato storto, ricompare all’improvviso, pieno di invidia e di risentimento, per bersi due bicchieri con l’amico che ce l’ha fatta. Non sappiamo se credergli quando dice che ha due anni di vita o se stia raccontando l’ultima balla per muovere a compassione Mordecai e sfilargli dei soldi. Alla fine della chiacchierata, 212 dollari cambiano mano, il rancore riempie l’aria del Montreal Press Club e a Richler restano un portafoglio più leggero e il senso di colpa. Jerry se ne andrà, una volta per tutte, due anni e mezzo più tardi.
Ultime battute. Richler rompe gli indugi e ci dice chiaramente come la pensa. Ormai non vi possono essere più dubbi. Intanto perché ci dice che con Halkin consuma una bevanda al bar, ma a cena ci va con Amos Elon, Avishai Margalit e un contigente di Pace Adesso. E poi perché le ultime parole di This Year in Jerusalem sono quelle di Ezra Lifschitz. Ricordando l’orgoglio con cui cantò “Am Yisrael Hai” (Israele deve vivere) il 29 novembre del 1947, il giorno dopo la votazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Richler serio, serio, scrive: “Sto dalla parte di Ezra –quarant’anni nel deserto, veterano di due guerre,…, di Ezra che dice: “Ti dico francamente che, [i Palestinesi] hanno diritto ad una patria quanto noi. Sono in favore della nascita di uno stato palestinese. E’ l’unico modo per risolvere il problema.”

Di questi tempi, la formula “due popoli, due stati” gode di un consenso quasi unanime. Almeno a parole, sono rimasti in quattro gatti a dissentirne. Ma Richler ha cominciato a sostenerla in tempi lontani, scrivendo pagine indisponenti per entrambe le parti in causa. Il ritratto dolce-amaro abbozzato in This Year in Jerusalem è pieno di chiaroscuri e di contraddizioni, privo di vaniloqui deliranti alla Saramago. Oggi che siamo tutti tentati di dire la nostra su Israele, vale la pena ricordare chi lo ha fatto senza consumare invano la propria intelligenza e la propria verità.