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Gaza: ritiro unilaterale o accordo fra le parti?
di giorgio gomel
(Shalom, giugno 2004)

Un giorno di maggio 6 soldati di Israele muoiono su un mezzo corazzato sventrato da un ordigno a Gaza City. Due giorni dopo altri 7 soldati vengono uccisi nel campo profughi di Rafah. Nelle ritorsioni israeliane circa 50 palestinesi vengono uccisi. Tra le vittime israeliane, che riflettono sempre pi¨ la diversitÓ multietnica del paese, vi sono giovani immigrati dalla Serbia, dall'ex-URSS, dall'Etiopia, oltre a un beduino, di un villaggio arabo della Galilea. Tra i palestinesi, ignorati dalla crudezza anonima delle statistiche, alcuni sono uomini della Jihad e di Hamas; altri, civili innocenti. Sabato 15 maggio a Tel Aviv, sotto l'egida del movimento per la pace, 150.000 israeliani manifestano per il ritiro dai territori, lo sgombero delle colonie di Gaza, la ripresa di una trattativa con i palestinesi. Sono momenti dolenti di una vicenda che ci angoscia: l'insensatezza di una guerra che oppone i due popoli da oltre 3 anni, con 3.100 morti tra i palestinesi, oltre 900 tra gli israeliani. Da un lato, l'inutilitÓ della mera repressione militare del terrorismo quando non sia affiancata da un'offerta politica di negoziato Ŕ provata dalla conta deprimente dei morti nei 3 anni di governo Sharon, dal numero di palestinesi votati al suicido omicida e dalla tenacia con cui quel popolo resiste  alle devastazioni della guerra. Dall'altro, l'illusione dei palestinesi di piegare Israele con l'azione terroristica, imitando i successi di Hezbollah in Libano e riscattando l'impotenza dell'AutoritÓ Nazionale Palestinese (ANP), trova una conferma nei fatti e nella storia del conflitto tra arabi ed ebrei;  Ŕ solo quando la violenza si attenua e si intravvede una possibilitÓ di pace, infatti, che l'umore del popolo di Israele si dispone al compromesso, i moderati prevalgono sui massimalisti.

Come affermava Amos Oz in un articolo di due anni fa, Israele combatte due guerre: una giusta, per la difesa del suo diritto ad esistere; l'altra, ingiusta e futile, per perpetuare le colonie nei territori. Questi sono diventati negli anni una estensione di fatto della sovranitÓ di Israele; l'esercito Ŕ lý per proteggere i coloni e impedire il nascere di uno stato palestinese dotato di quella continuitÓ territoriale necessaria per uno stato, piccolo, ma compiutamente sovrano. Ma molti soldati sono caduti nella difesa degli insediamenti; questi sono non solo un ostacolo alla pace, ma una minaccia alla stessa sicurezza dei cittadini e dei militari di Israele.

            La forza di pressione dei coloni resta enorme. Non un solo insediamento Ŕ stato rimosso dagli accordi di Oslo del 1993; il loro numero Ŕ salito a circa 150; la popolazione che vi risiede a quasi 250.000 persone; malgrado gli impegni assunti con la Roadmap, circa 100 nuovi minuscoli insediamenti sono stati fondati qua e lÓ; secondo la Corte dei Conti israeliana, negli ultimi tre anni 6,5 milioni di dollari sono stati destinati illegalmente dal Ministro dell'edilizia Effi Eitam in favore di questi insediamenti che Israele dovrebbe comunque smantellare, secondo la stessa Roadmap. Nella sola Gaza, oltre 7.000 coloni occupano il 20 per cento di quella terra depauperata e oppressa  da una densitÓ demografica tra le pi¨ alte del mondo. Nella coalizione di governo due partiti della destra radicale, ma anche una parte rilevante del Likud, come dimostrano il recente referendum tra i suoi iscritti e l'atteggiamento oltranzista di molti ministri, si oppongono ad ogni ipotesi di ritiro persino da Gaza. Quel ritiro sarebbe un pericoloso precedente, un cedimento al terrorismo, il preludio alla cessione del resto dei territori, la rinuncia al mito della "Grande Israele".

Eppure gli israeliani riconoscono la necessitÓ del ritiro: secondo le ultime indagini del "Peace Index", uno dei pi¨ rigorosi e sistematici sondaggi condotti nel paese di cui  il giornale Haaretz riportava i risultati lo scorso 13 maggio, il 59 per cento degli ebrei israeliani sostiene il piano di ritiro unilaterale delineato dal governo; il 53 per cento ritiene che qualora le trattative con i palestinesi fossero riprese e un accordo di pace dipendesse soltanto dallo sgombero delle colonie, Israele dovrebbe evacuarle nella loro totalitÓ, in Cisgiordania e a Gaza.

Ma il ritiro da Gaza non pu˛ essere unilateralmente imposto  e neppure materialmente eseguito da Israele , ma dovrÓ essere negoziato con i palestinesi, con l'Egitto e con il Quartetto (USA, UE, ONU, Russia) che ha definito la Roadmap. Invece di delegittimare e indebolire l'ANP, l'interesse di Israele sarebbe quello di negoziare con questa un assetto di Gaza che non abbandoni la zona all'anarchia di bande o al potere crescente di Hamas e alla guerra perpetua con Israele, ma ripristini un ordine civile, un minimo di progresso economico, un embrione di futuro stato palestinese. Nella transizione, si potrebbero prefigurare anche soluzioni come un mandato internazionale, garantito da una forza multinazionale di pace al fine di agevolare il processo.

L'attuale piano delineato dal governo Sharon non consente niente del genere. Gaza resterebbe di fatto una "colonia penale" di Israele - nella definizione di Nahum Barnea, uno dei pi¨ illustri commentatori israeliani :  non avrebbe il controllo delle acque territoriali nÚ dello spazio aereo; non vi sarebbero luoghi di transito aperti, libertÓ di movimento delle persone e neppure un confine sovrano con l'Egitto. In pi¨,  parte rilevante della Cisgiordania sarebbe  di fatto incorporata allo stato di  Israele, il che Ŕ inaccettabile ai palestinesi.

Ma il ritiro da Gaza Ŕ comunque qualcosa di positivo in quanto costituisce l'ammissione che gli insediamenti sono stati un errore storico e politico immane per Israele. Esso rappresenta l'inizio della fine dell'occupazione; l'avvio di un processo che, sotto la spinta congiunta dell'opinione pubblica pi¨ avveduta di Israele, del Quartetto, del mondo arabo pi¨ moderato, porti, se non ad una soluzione negoziata come quella delineata dagli accordi di Ginevra, almeno a ulteriori ritiri di Israele dal resto dei territori.