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       Iraq, Israele e gli ebrei
di Giorgio GOMEL
(La Stampa, 20/5/2003)

Uno stereotipo diffuso è che la guerra all’Iraq abbia servito gli interessi di Israele e dell’ebraismo americano e mondiale e che,  quasi in una  variante moderna dei Protocolli dei Savi di Sion, sia il potere degli ebrei a guidare la politica estera degli Stati Uniti e quindi, in virtù della supremazia planetaria di questi, le sorti stesse del mondo.

Questo preconcetto è falso. Va confutato prima che si radichi negli orientamenti profondi dell’opinione pubblica non solo perché esso può facilmente degenerare in posizioni antisemite, ma perché è oggettivamente falso.

Certamente, la deposizione, cattura o morte di Saddam Hussein e il disarmo dell’Iraq sono benefici importanti per Israele. La potenziale minaccia militare irachena sul fronte orientale è dissolta. Un canale di finanziamento del terrore suicida palestinese è reciso. Certamente, l’ebraismo americano esercita un’influenza importante nel Congresso in favore di Israele, ma nel caso dell’Iraq sono stati altri interessi organizzati a spingere per la guerra: l’industria militare, le compagnie petrolifere, le correnti fondamentaliste cristiane.

Quanto al numero elevato di ebrei tra gli intellettuali neoconservative, oltreché tra i consiglieri di Bush - fra i primi, William Kristol, Charles Krauthammer, Robert Kagan, fra i secondi,  Paul Wolfowitz (Vicesegretario alla Difesa ), Richard Perle (Chairman del Defense Policy Board), Douglas Feith (uno dei Sottosegretari alla Difesa), Elliot Abrams (Direttore per il Medio Oriente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale - il giudizio è in parte viziato da una deformazione statistica. Intanto, era preponderante il numero di ebrei nell’Amministrazione Clinton – da  Madeleine Albright ai  Ministri del Tesoro Rubin e Summers, dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Samuel Berger al Ministro del Lavoro Reich, agli  inviati in Medio Oriente  Dennis Ross, Aaron Miller, ecc.  Secondo, è molto elevato il numero di ebrei fra gli esponenti democratici più “liberal” nel Congresso e nella sinistra intellettuale Fra questi, vi sono i 456 firmatari, di cui 125 rabbini, di un appello reso pubblico sul New York Times il 21 marzo scorso dal titolo “Perché gli ebrei dovrebbero opporsi alla guerra all’Iraq”. Il messaggio principale era: “Il precetto ebraico è chiaro : persegui la giustizia, ricerca la pace, opera incessantemente per il Tikkun Olam”.

Due sono invece le questioni veramente rilevanti.

L’una è se il peso crescente di questi ebrei neoconservative tradisca  o precorra uno spostamento a destra dell’ebraismo americano e delle sue tradizionali inclinazioni progressiste.

La seconda è se vi siano un’affinità ideologica e un’alleanza politica, al di là di una contingente convergenza di interessi nel favorire la guerra all’Iraq, fra questa corrente di pensiero e la destra nazionalista al potere in Israele.

Circa il primo punto è possibile che gli anni a venire segnino uno spostamento nel voto degli ebrei americani in favore del  partito repubblicano  - che nelle elezioni del 2000 ottenne meno del 20% del voto ebraico - per almeno due  motivi: 1) sebbene gli ebrei restino in larga parte legati idealmente ai valori propri dei democratici (tutela delle minoranze, pluralismo religioso, separazione fra stato e chiese, antirazzismo), dal punto di vista sociale essi si vanno integrando sempre più negli strati medio-alti e conformando quindi a interessi di classe e valori conservatori;  2) come riflesso del sostegno americano a Israele e, in particolare, del sostegno dell’Amministrazione Bush a Sharon.  La novità politica importante risiede dunque,  non tanto nel peso degli ebrei neoconservative – in larga parte ebrei del tutto assimilati, silenti circa la loro ebraicità –, quanto  nel crescere di una presenza ebraica organizzata nel partito repubblicano, un tempo del tutto minoritaria anche negli anni di Reagan e di Bush padre.  Spiccano fra questi alcuni grossi finanziatori quali il gioviale Mel Sembler, oggi ambasciatore americano a Roma, ieri  esponente repubblicano nella Florida retta dal fratello di Bush.

Circa il secondo punto, è vero e inquietante che si sia cementata un’alleanza ideologico-politica fra  i neoconservative negli Stati Uniti e la destra israeliana. Essi propugnano l’idea che Israele e Stati Uniti debbano muoversi all’unisono e che nel Medio Oriente la cooperazione strategica con Israele sia vitale alle esigenze di sicurezza degli Stati Uniti. Questa visione di una comunanza di interessi  è stata ovviamente rafforzata dagli attentati del settembre 2001 e dall’abilità  retorica di Sharon nell’equiparare Arafat a Bin Laden, l’Israele assediato dai palestinesi all’America aggredita dal terrore di Al Qaeda.

Ma la sua genesi precede l’ondata terroristica recente. Già nel 1996 Richard Perle, Douglas Feith e altri, come consulenti di Netanyahu allora primo ministro di Israele, lo esortavano in un loro rapporto ad abbandonare gli accordi di Oslo e il principio di “territori in cambio di pace” e ad agire per affermare il "Grande Israele" e  rimuovere dal potere Saddam Hussein. Più di recente, allorché nel giugno 2002 Bush presentò il suo piano per la ripresa delle trattative israelo-palestinesi, che pose le premesse della successiva "roadmap"  formulata dal Quartetto (Stati Uniti, Unione Europea, Russia, ONU) e oggi in discussione, non pochi esponenti di associazioni ebraiche americane  non ebbero alcuna remora a firmare una petizione al Presidente contro la nascita di uno stato palestinese con la destra repubblicana e cristiano-fondamentalista. L’imperativo della difesa di Israele e, con l’inasprirsi del conflitto con i palestinesi, il sostegno alle posizioni anche più oltranziste e  ostili al compromesso del suo governo, hanno spinto  associazioni ebraiche di tendenza moderata-conservatrice ad accettare le seduzioni della “Christian Right” e delle sette evangeliche fondamentaliste. Queste sono strumentalmente e provvisoriamente filoisraeliane, ma nel profondo antisemite. Abbracciano l’ideologia estremista  del " Grande Israele",  predicano l’annessione dei territori occupati e la soggezione permanente dei palestinesi.

Quali sono dunque, in questo contesto,  le chances effettive che gli Stati Uniti, d’intesa con il Quartetto, impongano a Israele l’accettazione della ”roadmap” per la pace e la nascita di uno stato palestinese entro il 2005? Non molte, anche se dopo la guerra all’Iraq i rapporti con il mondo arabo e l’Europa e la necessità di stabilizzare la regione spingeranno Bush in questa direzione. La “roadmap” doveva essere resa pubblica nel dicembre 2002. Ma Sharon ottenne che fosse rinviata a dopo le elezioni israeliane, ricevendo così dagli Stati Uniti un appoggio enorme alla sua campagna, poi a dopo la guerra irachena. In questi giorni ha chiesto agli americani emendamenti sostanziali al piano con motivazioni che hanno tutto il sapore di una tattica dilatoria.
Gli interessi della destra repubblicana e la prospettiva delle elezioni del 2004  indeboliranno la capacità di Bush di premere su Sharon.  Eppure, soltanto le pressioni degli Stati Uniti, con il sostegno del resto del mondo e  una qualche forma di  presenza internazionale
-  di osservatori oppure di una  vera forza multinazionale di pace -  potranno porre un freno alla violenza, dare avvio al ritiro dell'esercito e allo smantellamento delle colonie ebraiche,  condurre a una crisi di governo in Israele con l’uscita dei partiti di estrema destra contrari ad ogni accordo di pace e riportare le parti al tavolo dei negoziati sulla base dei parametri di Clinton del dicembre 2000.