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Gli accordi di Ginevra: un appiglio di speranza
di Giorgio GOMEL
(L'Unità 7/1/2004)

1.Premessa

Gli accordi firmati a Ginevra il 1 dicembre scorso tra esponenti israeliani e palestinesi offrono un barlume di speranza in una condizione che sul piano diplomatico è da tempo fossilizzata in un inane status quo e sul terreno resta disperata. Dopo oltre tre anni dallo scoppio dell’intifada e uno stillicidio quotidiano di morti, lutti, reciproche brutalità, le due società sono spossate.

Israele è provata dalla crisi economica, dal crescere della disoccupazione, dalla spinta all’emigrazione di molti giovani. Il suo diritto a esistere come nazione “normale”, come stato accettato nella sua legittima integrità nel Medio Oriente, è messo in forse dalla follia perversa e militarmente invincibile del terrore suicida. Lo è nei fatti, per il pericolo quotidiano che incombe sulla vita dei suoi abitanti e impedisce la normalità del vivere civile; lo è per il senso di insicurezza psicologica che questa condizione infonde in loro, l’angoscia di un Israele forte ma al tempo stesso debole, occupante ma anche assediato.

La società palestinese è disintegrata nel suo interno; politicamente sempre più frammentata in fazioni; impoverita dall’occupazione israeliana, dalle chiusure imposte dall’esercito, dal protrarsi dallo stato di guerra, dal disfacimento delle strutture civili dell’ANP e del tessuto economico. L’ideologia islamico-fondamentalista che glorifica l’omicidio di ebrei come atto di “martirio”, l’illusione di piegare Israele con l’azione terroristica, riscattando l’impotenza delle generazioni più vecchie, la mancanza di speranza in un futuro normale corrompono i più giovani, spingendoli sulla strada nichilista e impotente del terrore suicida.

Così nell’uno e nell’altro campo dettano legge coloro che pensano sciovinisticamente solo al proprio punto di vista, senza riconoscere in alcun modo le ragioni dell’altro. Quella forma di “autismo” morale che Amos Oz trenta anni fa individuava e condannava nel suo “La terra di Israele”. L’estremismo, la violenza nei due campi si alimentano e rinforzano a vicenda. Un regresso profondo dalla filosofia degli accordi di Oslo, il cui presupposto era il riconoscimento reciproco dei diritti dei due popoli e del fatto che il diritto dell’uno poteva realizzarsi solo nel rispetto di quello dell’altro: il diritto alla pace e alla sicurezza per Israele, il diritto a uno stato indipendente degno di questo nome per i palestinesi. I principi ispiratori di Oslo, che trovano compimento dieci anni dopo nelle intese di Ginevra, riflettevano invece la pragmatica presa di coscienza che l’unica soluzione possibile per evitare il reciproco annientamento fosse un accordo che spartisse la terra contesa − Eretz Israel o la Palestina storica − e consentisse un minimo di convivenza pacifica fra i due popoli. Due stati, quindi, in rapporto di buon vicinato o almeno di reciproca diffidente sopportazione.

D’altra parte se non si giunge rapidamente a questa spartizione concordata, la stessa nozione di “due popoli, due stati” rischia di evaporare nel mondo astratto dell’utopia. I massimalisti in campo palestinese restano votati alla distruzione di Israele e alla riconquista di una Palestina “arabo-islamica”. Gli oltranzisti israeliani prospettano un futuro in cui Israele, con l’annessione di fatto di parte rilevante dei territori, diventerebbe intorno al 2020 uno stato binazionale a maggioranza araba, a meno di un’espulsione di massa dei palestinesi -  una pulizia etnica memore dei Balcani -, oppure un regime di apartheid qualora ai palestinesi fossero negati i diritti civili e politici. Israele cesserebbe di essere uno stato ebraico  e democratico.

2. Gli accordi di Ginevra

Gli accordi del dicembre scorso sono quindi importanti perché in questa congiuntura politica e psicologica così difficile offrono alle opinioni pubbliche delle due parti, incrudite da un ciclo ininterrotto di violenza e disperate circa il futuro, un appiglio di speranza, di raziocinio pragmatico, contro la stupidità del fanatismo in campo palestinese e l’illusione “militarista” del governo di Israele che ritiene di potere “vincere la guerra”, ossia di costringere i palestinesi a uno stato permanente di soggezione.

            Osserva Amos Oz in un articolo recente: “Il principio fondamentale di Ginevra è che noi poniamo fine all’occupazione e i palestinesi alla loro guerra contro Israele. Noi rinunciamo al sogno della Grande Israele, e loro a quello della Grande Palestina araba. Loro ottengono uno stato degno di questo nome, non un insieme di cantoni o di enclave frazionate e circondate dalle colonie e dall’esercito, e noi assicuriamo a Israele un futuro di stato ebraico e democratico. Il problema dei rifugiati del 1948 che è cruciale per la nostra sicurezza di nazione è risolto interamente al di fuori dei confini di Israele e con vasto sostegno internazionale. Nel documento, i palestinesi accettano contrattualmente e irrevocabilmente di non avere più alcun futuro diritto da accampare contro Israele”[1].

Gli elementi principali degli accordi sono i seguenti[2]:

° I palestinesi rinunciano al diritto al ritorno dei profughi del 1948. Alcuni rifugiati resteranno nei paesi in cui risiedono, altri saranno assorbiti dallo stato palestinese, altri da paesi terzi, altri ancora riceveranno indennizzi finanziari. Un numero limitato di rifugiati potrà insediarsi in Israele, ma ciò non configurerà un diritto al ritorno.

° I palestinesi riconoscono Israele come stato del popolo ebraico; simultaneamente Israele riconosce il diritto del popolo palestinese al proprio stato.

° Israele si ritirerà sui confini del 1967, ad eccezione di alcuni scambi di territorio definiti nell’accordo.

° L’assetto di Gerusalemme, di cui è riconosciuto l’universale significato storico, religioso, spirituale e il suo carattere sacro per l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, dovrà rispettare la libertà di culto e l’attuale divisione di funzioni amministrative che regola la coesistenza fra fedi diverse. La città sarà capitale dei due stati. Vi sarà una forma di coordinamento fra le due municipalità. I quartieri arabi di Gerusalemme Est  diverranno parte dello stato palestinese; quelli ebraici della zona nord della città, insieme con gli insediamenti di Givat Ze’ev, Maaleh Adumim e la parte storica di Gush Etzion, tranne Efrat, saranno parte di Israele. La città vecchia, in virtù della unicità del suo retaggio culturale protetto dall’UNESCO, sarà sottoposta al controllo di un “Gruppo internazionale di verifica”[3] che disporrà di una forza di polizia che collaborerà con quelle israeliana e palestinese per garantire la sicurezza dei luoghi. I quartieri armeno, cristiano, mussulmano saranno sotto giurisdizione palestinese; quello ebraico, sotto giurisdizione israeliana.

° La Spianata delle Moschee sarà sotto sovranità palestinese, ma una forza multinazionale di pace, sotto la potestà del “Gruppo internazionale di verifica” (art.5),  garantirà pieno accesso ai fedeli di ogni religione. Data l’importanza religioso-culturale del Monte del Tempio per il popolo ebraico, non saranno permesse opere di scavo o costruzione sulla Spianata, se non approvate dalle parti. Il Muro del Pianto resterà sotto sovranità israeliana.

° Gli insediamenti di Ariel, Efrat, Ofra, Kiryat Arba, Beit El, Har Homa e altri  saranno ceduti allo stato palestinese. Inoltre, Israele cederà zone del Negev adiacenti a Gaza , in cambio delle aree della Cisgiordania che otterrà dai palestinesi. Un corridoio stradale e infrastrutture elettriche, telefoniche collegheranno la Cisgiordania con Gaza.

° I palestinesi si impegnano a combattere il terrorismo, porre fine all’incitamento all’odio, disarmare le milizie. Lo stato sarà smilitarizzato, dotato solo di una forza di sicurezza, con limiti concordati per le armi di cui disporrà. Una forza multinazionale si dispiegherà sul territorio dello stato di Palestina,  allo scopo di proteggerne l’integrità territoriale e di prevenire attacchi esterni contro i due stati. Israele conserverà una limitata forza militare per un lungo periodo nella Valle del Giodano e due stazioni di “early warning” in Cisgiordania. Il controllo dei confini esterni dello stato palestinese (con Egitto e Giordania) sarà esercitato dalla forze di sicurezza palestinesi,  sotto la supervisione della forza multinazionale. I luoghi di transito sui confini, così come gli aeroporti e i porti, saranno sotto amministrazione congiunta dei palestinesi e della forza multinazionale.

° L’accordo sostituirà tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite così come i precedenti accordi fra le parti.

 

Quali dunque le  principali concessioni che le due parti negoziali hanno fatto nel giungere all’intesa?

Da parte palestinese, si tratta  dell’ammissione realistica di una sconfitta storica, quella del “rifiuto”  arabo di riconoscere Israele nel 1948 e di accettarne da allora l’esistenza legittima nel Medio Oriente. Negli accordi, Israele è riconosciuto come stato del popolo ebraico (preambolo); gli insediamenti contigui a Gerusalemme diventano parte integrante di Israele (art. 4); si sancisce la rinuncia al diritto al ritorno dei profughi palestinesi (art. 7).

Da parte israeliana, si dà attuazione al principio, affermato dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, del ritorno ai confini del giugno 1967, con uno scambio paritario  di territori; si accetta che il controllo dei confini esterni dello stato palestinese (con Egitto e Giordania) così come di Gerusalemme sia demandato a una forza internazionale; si accetta il passaggio  della Spianata delle Moschee alla sovranità palestinese. 

3. Limiti e meriti dell’accordo

L’accordo di Ginevra è virtuale, in quanto non impegna ovviamente i rispettivi, legittimi governi; ma non è, perciò, fittizio né puramente simbolico.

In primo luogo, per il rilievo politico dei firmatari, pur nella evidente asimmetria tra le  parti. Da parte palestinese vi sono Yasser Abed Rabbo, Nabil Kassis, Hisham Abd el Raziq  – ministri e ex ministri dell’ANP; Kadoura Fares e Mohammed Khourani, esponenti di primo piano dei Tanzim, la formazione militante legata ad Al-Fatah; Zohair Manasra – capo della sicurezza preventiva in Cisgiordania.

            Da parte israeliana, vi è lo schieramento dell’opposizione al governo Sharon: Yossi Beilin, ex ministro e artefice dei negoziati di Oslo, e Taba; Amram Mitzna, Avraham Burg e Yuli Tamir; Amnon Lipkin, ex capo di stato maggiore nei governi Nethanyahu e Barak; diversi generali o alti ufficiali della riserva cone Shlomo Brom , Shaul Arieli , Giora Inbar; Menachem Klein, ex consigliere di Barak e negoziatore a Camp David e Taba, David Kimche, ex dirigente del Mossad.

Non quindi un cenacolo di intellettuali progressisti, ma un  segmento rilevante dell’establishment politico-militare di Israele.

In secondo luogo, per il suo valore pedagogico. L’accordo dimostra, infatti, che la pace è possibile e che vi sono interlocutori per una soluzione negoziata. Demitizza il falso argomento della destra in Israele, per cui i popolo palestinese è  il nemico assoluto e irriducibile, votato alla distruzione di Israele, un tutt’uno metastoricamente indistinto con gli ideologi e gli organizzatori del terrorismo, con il quale il mero trattare equivarrebbe a cedere alla minaccia terroristica.

Ma, parimenti, demolisce  presso i palestinesi il mito di un Israele occupante, votato all’espansione coloniale  e  animato dalla volontà di soggiogare per l’eternità il popolo palestinese, privato della dignità di uno stato sulla sua terra.

In terzo luogo, i termini dell’accordo non nascono in vacuo, e non sono del tutto una novità, bensì riprendono i risultati acquisiti con i “parametri” di Clinton del dicembre 2000 e nei negoziati di Taba all’inizio del 2001. Vanno assai oltre Oslo in quanto mirano a definire lo status finale, cioè, una composizione definitiva del conflitto. Sono inoltre coerenti con la “roadmap” predisposta dal Quartetto e approvata dal governo Sharon e da Arafat: saltano gli stadi intermedi e  anticipano  il terzo ed ultimo stadio che nelle clausole della roadmap si sarebbe realizzato nel 2005.

Pertanto, gli accordi possono offrire un quadro di riferimento essenziale per futuri negoziati effettivi fra i due governi in causa, che speriamo forieri di successo.

Infine, gli accordi giungono in un momento in cui il dibattito politico interno a Israele è ripreso con vivacità, anche in reazione alla mancata iniziativa politica di un governo ingessato da una coalizione dove la destra estrema – il Partito nazional-religioso, l’Unione nazionale e la frazione radicale del Likud – si oppone ad ogni apertura verso i palestinesi, al ritiro dai territori e all’ipotesi di uno stato palestinese. Lo testimoniano i dissensi espressi dallo stesso capo di stato maggiore Yaalon  contro la strategia di mera repressione militare del terrorismo e le vessazioni devastanti che questa impone alla popolazione civile, l’appello di quattro ex capi dei servizi di sicurezza per il ritiro da Gaza e da altri insediamenti, la proposta del vice primo ministro Olmert  per un ritiro unilaterale da buona parte dei territori e di Gerusalemme Est.

Lo stesso piano enunciato di recente da Sharon – un disimpegno unilaterale che comporterebbe di evacuare solo un numero limitato di insediamenti isolati, remoti, e la cui protezione ha un costo intollerabile, rafforzando al tempo stesso il controllo militare nella valle del Giordano e nei dintorni di Gerusalemme – rivela il tentativo di rispondere in qualche modo all’iniziativa dei promotori di Ginevra dinanzi a un’opinione pubblica israeliana che nei sondaggi conferma di volere una ripresa della trattativa, lo sgombero di parte degli insediamenti, la creazione di uno stato palestinese[4]. La reazione veemente dei partiti di destra, le accuse di “tradimento” ai firmatari di Ginevra nascondono il disagio e lo sconcerto rispetto alla novità e  portata degli accordi. Come sostiene A. B. Yehoshua “… l’accusa di sostituirci al governo è un’affermazione ridicola, strumentale, prodotto di una cattiva coscienza. Tutte le persone coinvolte in questa iniziativa conoscono bene le regole della democrazia e nessuno pensa di sostituirsi al governo, anche se non concorda con il suo operato. D’altronde la nostra è solo una delle iniziative proposte e nessuno in Israele ha il monopolio sulle idee se sono legali e nessuno può censurarle se non sono di suo gradimento, nemmeno il governo”[5].

4. Le prospettive

Quali le chances effettive di attuazione degli accordi? E’ difficile dirlo in questo frangente. Due mi sembrano le condizioni principali: il consenso delle opinioni pubbliche delle due parti,  l’azione di pressione esterna.

Circa il primo, i  sondaggi svoltisi in Israele dopo la stipula degli accordi indicavano che il 31% degli intervistati era in favore, il 38% contrario. E’ in corso una campagna d’opinione e di informazione capillare presso la popolazione israeliana: circa 3 milioni di copie del testo di Ginevra sono state recapitate direttamente nelle case e si stanno organizzando incontri locali, nelle città, nei villaggi, nelle università, per divulgare le idee di Ginevra.

 E’ essenziale un lavoro di lunga lena di educazione, di convincimento della gente, per sollecitare un consenso dal basso, così come per l’iniziativa detta “Voice of the people” promossa da Ami Ayalon e Sari Nusseibeh  che ha trovato il sostegno di molti israeliani e palestinesi. Discernere gli umori  fluttuanti della società israeliana non  è un esercizio agevole. Gli stessi sondaggi, che rivelano un pubblico apertamente in favore della ripresa della trattativa ai fini della costituzione di uno stato palestinese, confermano però un robusto sostegno per il governo Sharon ( il 57 per cento ritiene che il governo non abbia perso alcuna opportunità di rinnovare il negoziato con i palestinesi; il 60 per cento ritiene che quando Sharon dice di voler negoziare anche al prezzo di dolorose concessioni intende davvero quello che dice). Sulla questione di Gerusalemme,  per esempio, il pubblico è molto rigido: il  61 per cento non accetta il trasferimento dei quartieri arabi della città alla giurisdizione palestinese né Gerusalemme Est come capitale dello stato di Palestina[6].

Circa la pressione esterna, come nel caso della roadmap, un’azione energica e concertata da parte degli Stati Uniti e della UE sulle parti in causa è vitale. A questo fine gli incontri delle due delegazioni con Powell, Blair, Solana e altri e l’appoggio offerto ai promotori di Ginevra da molti paesi  sono un  viatico importante. L’impegno internazionale che Ginevra prefigura sarà molto oneroso, sia per la composizione di una forza multilaterale di verifica degli accordi sul campo sia per il sostegno economico alla riabilitazione dei profughi palestinesi. L’intervento internazionale per risolvere il conflitto resta quindi un elemento cruciale.


[1] Amos Oz, We have done the gruntwork of peace , The Guardian, 17 ottobre 2003.

[2] Li desumo da una sintesi di Haaretz, 13 ottobre 2003. Il testo integrale degli accordi, che si compone di 17 articoli, è disponibile sul sito: www.heskem.org.il.

[3] Il Gruppo, cui è affidato il compito di facilitare e verificare l’attuazione degli accordi, comprenderà Stati Uniti, Russia, UE, ONU e altri partners accettati dalle parti (art.3).

 

[4] Cfr. E. Yaar-T.Hermann, Israeli Jews believe Sharon will make painful concessions, Haaretz, 10 dicembre 2003.

[5] A.B.Yehoshua, Una sfida a Sharon e Arafat, L’Unità, 1 dicembre 2003.  

[6] Cfr. E. Yaar-T.Hermann, art.cit.