articoli

COME SPEZZARE LA SPIRALE DEL TERRORISMO SUICIDA
di Giorgio GOMEL
(Limes n.5 del 2002)

Le responsabilità israeliane e palestinesi nella tragedia in corso. La pura repressione militare di Tsahal non può risolvere il conflitto. Alla fine, dovrà essere la stessa società palestinese a estirpare le radici che nutrono i terroristi.

Nonostante il ricorso massiccio di Israele alla forza repressiva delle armi, gli "assassinii mirati" di mandanti, sospetti o complici di atti terroristici, la brutalità dell'occupazione, dei blocchi e del copri­fuoco imposto a città e villaggi palestinesi, il potere devastante del terrorismo sui­cida sembra invincibile. Le stragi di civili israeliani, come metodo deliberato di azione politica, non solo mietono vittime (più di 400 dallo scoppio dell'Intifada, di cui oltre 260 in attacchi suicidi) e segnano per la vita, costringendo a un'esistenza di sofferenze, molti  di coloro che sopravvivono, spesso in condizioni di perma­nente disabilità. Esse impediscono la normalità del vivere civile di una nazione intera; alimentano un senso angoscioso di insicurezza fisica a psicologica; rinnovano la condizione ebraica di sradicamento e di solitudine; vanificano la percezione, così intima e fondativa nel sionismo, di un Israele luogo di rifugio sicuro dalle perse­cuzioni e di riscatto di una nazione indipendente e finalmente "normale".

Questa condizione di angoscia e di isolamento non è stata compresa con chia­rezza fuori dei confini di Israele o del mondo ebraico in generale. Vi è nell'opinio­ne pubblica in Occidente, in particolare in Europa, una percezione distorta a mani­chea di Israele che di quel paese vede solo la straripante potenza bellica a non ne comprende il sottofondo di fragilità: una nazione di rifugiati e immigrati, figlia di una storia di persecuzioni ed esilio, il cui diritto all'esistenza è stato per lunghi anni negato dal mondo arabo circostante, la cui esistenza legittima come Stato piena­mente accettato nel consesso delle nazioni e pacificamente integrato nel Medio Oriente è ancora in forse.

Questo senso di esclusione non è certamente nuovo nella storia di Israele e del popolo ebraico. Negli anni Settanta, quando le Nazioni Unite approvarono una nefasta dichiarazione che identificava il sionismo con una forma di razzismo (1974), mentre la guerra del Kippur dell'ottobre 1973 imponeva a Israele un costo devastante in termini di vittime e di isolamento internazionale e i palestinesi lanciavano un'ondata di terrore antisraeliano nel mondo, il sentimento prevalente fra gli israeliani era stato quello di un isolamento profondo dalla comunità delle nazioni. Negli anni Novanta, sulla scia degli accordi di Oslo a dell'apertura di relazio­ni diplomatiche con molti Stati arabi, della dissoluzione dell'URSS e del blocco sovietico dagli anni Cinquanta monoliticamente ostile a Israele, della decisione delle Nazioni Unite di abrogare la risoluzione del 1974, questo sentimento si era atte­nuato. L'ostracismo era finito. Sembrava gradatamente a finalmente realizzarsi l'ideale sionista della "normalizzazione": un Israele Stato‑nazione come gli altri, accettato appieno nel consesso delle nazioni. Racchiuse efficacemente questo senso di sollievo Yitzhak Rabin nel suo discorso di investitura come primo ministro dopo la vittoria elettorale del 1992: «Non è più vero che il mondo intero sia contro di noi.(...) Dobbiamo superare il senso di isolamento che ci ha oppresso per quasi mezzo secolo. Dobbiamo unirci al moto internazionale per la pace, la riconciliazione, la cooperazione che si diffonde nel mondo intero, per non restare, ultimi e soli, nella stazione»1.

Così! non è stato.

Affrontare oggi il tema del terrorismo suicida non è impresa facile. Eppure tracciarne una diagnosi il più possibile compiuta come fenomeno politico‑sociale è un compito essenziale se si intende non solo annientarlo politicamente e militar­mente, ma comprendere ed estirpare le sue radici nella società arabo‑palestinese odierna.

Le azioni suicide degli estremisti palestinesi non hanno precedenti, tranne che nella guerriglia scatenata per anni dalle Tigri tamil, le formazioni guerrigliere della minoranza tamil in Sri Lanka, negli attentati in Turchia del Partito dei lavoratori del Kurdistan nella seconda meta degli anni Novanta e in quelli di Hizbullah contro l'occupazione israeliana del Sud del Libano fra il 1983 a il 1985. Essi rappresentano un crimine contro 1'umanità, come documentano recenti rapporti di Amnesty In­ternational e di Human Rights Watch. Inoltre, contengono in sé gli elementi distin­tivi del terrorismo per il metodo di azione ‑ l'omicidio di massa di civili al fine di incutere terrore ‑ e il contesto ‑ quello di un conflitto fra popoli in cui altre forme di lotta sono possibili, dall'azione non violenta alla resistenza anche armata contro 1'esercito occupante 2. 

Sconvolgono per le dimensioni: 29 episodi dal 1993 al settembre 2000; circa 150 da quella data ad oggi, con un intensificarsi impressionante nell'anno a mezzo del governo di Ariel Sharon. I moventi sono diversi, ma è dalla loro confluenza che nasce quell'humus di fanatismo e di predicazione della violenza che alimenta il "volontariato" aberrante degli uomini‑bomba. A questo si unisce una struttura organizzativa complessa: gli uomini‑bomba sono quasi sempre gli anelli ultimi di una catena organizzata che coinvolge molti attori, complici che non hanno alcuna      intenzione di suicidarsi, ma senza i quali non potrebbe realizzarsi alcuna azione suicida.

Vi è l'odio ossessivo degli ebrei, nutrito da un sistema educativo e di comuni­cazione nefasto che l'Autorità nazionale palestinese (Anp) e il mondo arabo hanno sostenuto o tollerato. Manifesti, filmati, giornalini scolastici incitano alla violenza    contro gli israeliani e proclamano gli studenti di oggi martiri eroici di domani. Nei paesi arabi si fanno via via più frequenti manifestazioni di un antiebraismo virulen­to che diffondono temi, stereotipi, linguaggi propri della peggiore propaganda na­zista 3. Un secondo elemento è l'ideologia islamico‑fondamentalista che glorifica 1'omicidio di ebrei come atto di «martirio», viatico di futura felicità ultraterrena. Vi è          in terzo luogo un sistema di incentivi e indennizzi finanziari alle famiglie di giovani            suicidi cosi come dei ragazzi che nelle città e nei villaggi palestinesi affrontano con azioni di guerriglia l'esercito israeliano; i fondi necessari erano forniti in alcuni casi direttamente dall'Autority nazionale palestinese, poi dall'Arabia Saudita a dall'Iraq. Altro elemento è la volontà ‑ illusoria nei risultati, ma figlia di una strategia politica precisa ‑ di piegare Israele con l'azione terroristica, imitando i successi di Hizbul­         lah in Libano, riscattando l'impotenza delle generazioni più vecchie, incapaci di liberare la Palestina dall'occupante israeliano, e impartendo con la propria morte un colpo letale a Israele, nemico irriducibile.

                        In molti casi, poi, agisce anche un anelito alla vendetta personale di giovani spesso legati da parentela con persone uccise dall'esercito israeliano nella quasi           guerra in corso da due anni, come rivelano la loro biografia o le confessioni dopo attentati falliti. Vi è, infine, un substrato di disperazione di un intero popolo, sog­getto alle vessazioni quotidiane e umilianti dell'occupazione, segregato dal coprifuoco, impoverito dal protrarsi dello stato di guerra, dalla devastazione dell'economia e delle infrastrutture civili nei Territori. Dal 21 giugno scorso circa 700 mila palestinesi residenti in città e villaggi oc­cupati vivono in condizioni subumane, privati della facoltà di svolgere le attività            quotidiane, dal lavoro alla scuola, dalla cura della salute all'acquisto di beni di pri­ma necessità. Città e villaggi si sono tramutati in campi di prigionia ‑ le "colonie penali", di Israele, secondo l'espressione di N. Barnea, uno dei principali comment­atori  di Yedioth Aharonoth, il più diffuso giornale israeliano.

Basti qualche dato per illustrare la situazione. Secondo l'Ufficio statistico dell'Anp due terzi delle famiglie palestinesi vivono al di sotto della soglia di povertà (stimata in 340 dollari al mese). Il 50% degli occupati ha visto il proprio reddito di­mezzarsi dall'inizio dell'Intifada; il tasso di disoccupazione supera il 50% 4. Circa 30 mila bambini palestinesi sotto i 14 anni di età, abbandonata la scuola, vivono per le strade dei Territori o persino nelle zone arabe di Israele, cercando qualche lavo­ro saltuario che li sostenti. Secondo 1'Unicef, per effetto dei blocchi e del coprifuo­co, a oltre 200 mila ragazzi palestinesi (sul milione circa in età scolare) è impedito frequentare regolarmente la scuola; sono le agenzie delle Nazioni Unite, inoltre, a fornire loro cibo e materiale scolastico 5. Secondo un rapporto della Agency for In­ternational Development statunitense, il 21,5% dei bambini palestinesi al di sotto dei 5 anni di età soffre di denutrizione acuta ‑ valori prossimi a quelli di nazioni come il Ciad o la Nigeria.

Non intendo desumere dall'analisi che precede che vi sia una relazione forte e diretta tra povertà e terrorismo, che i moventi dell'azione terroristica siano in pri­mo luogo economici. Non è così né nel caso israelo‑palestinese né in altri contesti, come suggeriscono economisti e sociologi che hanno cercato di studiare i legami causali tra povertà, grado di istruzione e terrorismo 6. Queste analisi mostrano per lo più che la caratterizzazione sociale del terrorista è quella di un giovane che ap­partiene al ceto medio, istruito. E' importante tuttavia comprendere la severità della devastazione economica, sociale, civile che ha investito la società palestinese con l'inasprirsi dell'Intifada e della repressione israeliana poiché in questa situazione gli organizzatori del terrorismo trovano moventi o pretesti per reclutare i potenziali suicidi.

I sondaggi d'opinione suggeriscono che vi è un consenso popolare intorno al­le azioni dei terroristi suicidi, perché queste sono percepite come forme di resi­stenza alla violenza dell'occupante e possono forzare gli israeliani a maggiori con­cessioni. Il documento promosso da S. Nusayba, H. Siniyura, H. 'Ashrawi, S. Ta­mari e altre figure di spicco del mondo politico‑intellettuale palestinese nell'estate 2002 e sottoscritto da oltre duemila Firmatari dimostra però che vi sono fra i palesti­nesi opinioni opposte: nel documento si condanna la follia massimalista di queste azioni che acuiscono l'odio fra le due comunità e rischiano di portare al suicidio collettivo della nazione palestinese, identificata con i terroristi ed esposta alla re­pressione di Israele. Gli stessi sondaggi d'opinione mostrano una condizione complessa e assai contraddittoria nell'atteggiamento dei palestinesi rispetto alle azioni suicide, e alla violenza in generale. Secondo un'inchiesta a largo raggio condotta da Search for a Common Ground, una forte maggioranza di palestinesi intervistati non intende ri­nunciare alla violenza e alla vendetta. In particolare, ben 1'85% ritiene che "siccome i civili palestinesi soffrono per mano degli israeliani, così i civili israeliani devono soffrire per mano dei palestinesi" 7. Ma, nello stesso tempo, una maggioranza dell'80% ritiene che si debbano esplorare nuove forme di resistenza non violenta all'occupazione israeliana ‑ boicottaggio di merci prodotte nelle colonie ebraiche nei Territori, rifiuto di lavorare nelle colonie stesse, proteste di massa, resistenza contro la demolizione delle case di palestinesi o la costruzione di nuovi insedia­menti israeliani.

Molti osservatori ritengono che il consenso al terrore suicida si sfalderebbe qualora vi fosse uno spiraglio di trattativa fra le parti, qualora il governo di Israele desse espressione a quella maggioranza senza voce dell'opinione pubblica israe­liana che, nonostante lo smarrimento e l'angoscia, si dice disponibile ‑ nei sondag­gi ‑ alla ripresa dei negoziati, allo sgombero degli insediamenti, al riconoscimento di uno Stato palestinese sovrano. E' questo il convincimento espresso, per esem­pio, in un incontro svoltosi a Roma il 19 settembre scorso da Yasir Rabbo, ministro dell'Informazione dell'Anp, e Yossi Beilin, ex ministro della Giustizia del governo Barak e tra i principali negoziatori di Oslo, che sono tra i fondatori della Israeli‑Pa­lestinian Peace Coalition, un movimento costituito da esponenti politici e intellet­tuali nei due campi per favorire la ripresa delle trattative sulla base di quanto con­seguito nei negoziati di Taba all'inizio del 2001.

Ritengo che il terrorismo non sarà debellato con il mero ricorso alla forza; non basteranno le uccisioni o la cattura di militanti, le demolizioni delle case delle fami­glie dei terroristi o le espulsioni dei loro parenti. Al contrario, l'esperienza depri­mente di questi mesi dimostra che l'inasprirsi delle ritorsioni israeliane, oltre a esse­re moralmente e giuridicamente inaccettabile 8, a un detonatore di ulteriore violen­za, in uno stillicidio ininterrotto di reciproche brutalità. Le radici del terrorismo si potranno estirpare solo dall'interno, in seno a quella società palestinese che lo ha nutrito e protetto. E' essenziale il concorso di quella società a tale fine. Essa dovrà sconfiggere l'estremismo di matrice integralista e l'odio antiebraico che sono diven­tati potenti fattori ideologici al suo interno e nel più vasto mondo arabo. Altrimenti bisognerebbe ritenere che i palestinesi nella loro interezza, e non solo nelle frange integraliste o radicali, mirino alla distruzione di Israele e alla riconquista di una "Pa­lestina araba", non come sogno visionario‑mitologico paragonabile a quello omo­logo del "Grande Israele" agognato dagli estremisti «nazional‑religiosi» israeliani, sia come un progetto politico da perseguire concretamente.

Nel contempo, il disegno politico di Israele dovrebbe essere quello di cercare in ogni modo di dissociare la società palestinese dai mandanti a manovali del ter­rore, da coloro che, con l'uso della violenza, si oppongono a ogni ipotesi di coesi­stenza fra i due popoli e i due Stati. Occorre dare a una generazione di giovani pa­lestinesi il senso che la propria vita merita di essere preservata, invece di intrapren­dere la strada nichilista e impotente del terrore suicida. Occorre dare a questi gio­vani la possibilità di studiare, la speranza di un lavoro, di un futuro normale: quei benefici tangibili della pace, sul piano economico, sociale, civile, di cui gli artefici degli accordi di Oslo erano ben consapevoli e che a metà degli anni Novanta ave­vano iniziato ad avverarsi. La percezione che si va affermando in Israele, sotto la spinta nefasta del terrorismo suicida, e invece quella dei palestinesi come nemico ingrato a irriducibile, un'entità metastoricamente indistinta, che non merita fiducia nè i diritti di un popolo e di uno Stato. E' un regresso profondo dalla filosofia di Oslo, il cui presupposto era il riconoscimento reciproco dei diritti: il diritto degli israeliani alla pace e alla sicurezza come specchio di quello dei palestinesi a uno Stato indipendente e degno di questo nome. Se non si tornerà a quella presa di co­scienza, il futuro comporterà violenze e sofferenze ulteriori *.

* " Le opinioni espresse implicano solo l'autore". 

1. Sulla psicologia dell'Israele odierno, il senso di esclusione, la crisi dell'illusione del sionismo di fare di Israele uno Stato normale pienamente accettato dalle nazioni e che salvasse gli ebrei dalla dispera­zione conseguente alla Shoah, si veda Y. KLEIN HALEVI, ‑The Wall: How Despair is Transforming Israel‑, The New Republic, 8/7/2002.

2. In assenza di una definizione internazionalmente riconosciuta di terrorismo mi avvalgo qui delle categorie recentemente delineate dallo storico britannico T.Garton Ash.

3. Nel mese del Ramadan la televisione di Stato egiziana ha trasmesso una serie che si richiama direttamente ai Protocolli dei Savi di Sion, il libello antisemita prodotto un secolo fa dalla polizia segreta della Russia zarista. Il ministro della Difesa siriano Mustafa Tlas ha pubblicato un libro che riesuma per il lettore arabo 1'infame "calunnia del sangue". di matrice cristiano‑medievale, che accusava gli

ebrei di usare il sangue di bambini cristiani per cuocere il pane azzimo all'epoca della Pasqua ebraica (vedi E. SALPETER , "In the new Arab Anti‑Semitism the Jews Are Portrayed as Enemies of Islam., Ha'aretz, 30/10/2002).             

4. Le statistiche sono ovviamente molto incerte. Secondo G. al‑Hatib, ministro del Lavoro dell'Anp, la disoccupazione sarebbe all'80% (cfr. D. RUBENSTEIN, ‑More on Palestinian Children at Risk‑, Ha'aretz, 18/8/2002).

5. Per una vivida, dolorosa testimonianza personale degli effetti dello stato di guerra sulla vita quoti­diana delle famighe palestinesi si veda S. BAHOUR, ‑‑The Violence of Curfew., Tikkun, November/De­cember 2002.

6. Cfr. A. KRUEGER J. MALECKOVA,,Education Poverty, Political Violence and Terrorism: Is there a Cau­sal Connection?,,; NBER Working Paper, n. 9074, 2002.

8. "E' immorale uccidere donne o bambini innocenti israeliani o palestinesi. E' anche immorale domi­nare un'altra nazione a portarla alla perdita di umanità. E' immorale lanciare Una bomba che uccide palestinesi innocenti. E' immorale colpire con atti di vendetta passanti inconsapevoli e innocenti. Al contrario è morale prevenire la morte di ogni essere umano, ma se quella prevenzione causa la morte inutile di altri, i fondamenti etici di quella prevenzione sono perduti. (...) Noi israeliani abbiamo per­so di vista la nostra moralità ben prima degli attacchi suicidi. II punto di rottura è quando abbiamo iniziato a esercitare il nostro dominio su un altro popolo". Y. FRANKENTHAL, "L'etica delta vendetta: un padre che ha perso un figlio", discorso tenuto ad una manifestazione di protesta dinanzi alla residenza del primo ministro a Gerusalemme il 27 luglio 2002. Y. Frankenthal è il presidente di Bereaved Pa­rents' Circle, associazione israeliana delle famiglie delle vittime (www.parentscircle.israel.net).